Visito Capodimonte da quand'ero una bambina e di ogni strato temporale ho un ricordo diverso: la cupezza delle luci nel salone degli arazzi della Battaglia di Pavia, che, quando ero alta scarso un metro, mi metteva vera angoscia; le sale di Recco e dei pittori di nature morte, che tanto piacevano a un mio zio, pittore dilettante, da farne accuratissime copie a olio (una la conserviamo ancora); i Ribera e la loro inquieta fascinazione; Brueghel e Simone Martini, immagini potenti dell'adolescenza finite nelle prime cose che scrivevo; Caravaggio, onnipresente. E, su tutto, l'odore di museo che cambia a seconda delle città ma per me resterà sempre l'odore di Capodimonte. E se con tutti questi quadri, con i loro autori, con i muri che li ospitano ho la confidenza che si ha con i ritratti di famiglia - visito Capodimonte una volta l'anno, almeno, facendo la ricognizione dei vivi e dei morti, dei nuovi che accolgo nel mio immaginario e dei vecchi che ne hanno fatto parte -, il modo migliore per parlare del Palazzo Reale di Capodimonte resta per me la visita ai nuovi ospiti, ovvero alle mostre che, grazie all'infaticabile lavoro di Nicola Spinosa e del suo staff - un lavoro prezioso, che la città dovrebbe apprezzare molto di più - si allestiscono. L'esposizione dedicata a Salvator Rosa è quasi alla fine, termina il 29 giugno, ma se non ci siete ancora stati, andate. La mostra, in parte allestita nella sala dedicata a Raffaello Causa, in parte infiltrata al secondo piano fra i quadri dell'esposizione stabile, scivola dentro le pareti razionali della reggia settecentesca con la discrezione indiavolata del suo protagonista. Attore, pittore, poeta, eroe di un Seicento inventivo che nei suoi quadri attraversa tutto, Salvator Rosa ci prende per mano - ad ogni angolo di cortile sembra di vedere l'ombra nera di uno dei suoi cappellacci stagliarsi contro il sole che splende sul Bosco - e ci trascina fra le velate influenze fiamminghe che ricamano trasparenze lacustri nelle prime opere («Sant'Antonio predica ai pesci», 1640) e le battaglie violentissime e senza protagonisti, fra un Aniello Falcone che con i fianchi dei cavalli anticipa l'Ottocento di Hayez e un Filippo Napoletano che disegna deserti di colline dove i morti sono un incidente infinito e atono. Si cammina sospesi fra gli autoritratti in posa eroica che alimentarono, con i quadri di stregoneria, l'aura pre-romantica di maudit di Salvator Rosa. Uno di questi, manifesto della mostra, spia Napoli da molti cartelloni con occhio acuminato in questi giorni di decadenza collettiva: «nazion di gran fumo e poco arrosto», scriveva Rosa, polemico verso la patria che presto abbandonò deluso. E poi, i ritratti dove, di colpo, sembra di intuire Velasquez o Goya: dà i brividi lo sguardo della moglie di Rosa dopo la morte per peste del figlio Rosalvo; e, ancora, le streghe nei sabbah, che alludono a Bosch ma a niente davvero somigliano se non all'inferno personale del pittore; i grandi quadri di tema mitologico, dove il teatro barocco entra con luci ed effetti: il più bello ritrae in un bosco sheakesperiano un umano e flaccido poeta, Pindaro, di fronte all'ironica sovra dimensione del dio Pan, mascherone di fresco uscito da un fumigante teatro romano. Capodimonte, nata come reggia di svago e riposo, di quieta riflessione fra gli alberi, casino di caccia, si trasforma, grazie al Museo e alle diverse sue facies, ora in bosco, ora in città o locanda. Ma questa vocazione, ospitare il bello e i fantasmi del passato, il palazzo l'aveva sempre conosciuta: Carlo III era salito al trono nel 1734 con un'eredità prestigiosa, la collezione Farnese, che veniva direttamente da Parma e Piacenza, bisognosa di una sistemazione adeguata. Così, l'incarico di costruire la nuova reggia era stato dato a Giovanni Antonio Medrano. Nel 1738 veniva posta la prima pietra dell'edificio, dopo un procedimento di confisca e acquisizione dei terreni circostanti e delle vicine masserie. La collezione Farnese veniva temporaneamente raccolta dal Palazzo Reale in città, mentre, superando le difficoltà di collegamento con la campagna collinare, procedevano i lavori di costruzione e anche la realizzazione del Bosco, metà giardino all'inglese e metà all'italiana, disegnato inizialmente da Ferdinando Sanfelice e proseguito con l'apporto di Ferdinando Fuga. Nel 1758 la collezione Farnese entrava finalmente a Capodimonte, ma Ferdinando IV, erede del regno di Carlo III, aveva preferito concentrare le sue attenzioni sul Palazzo Reale di Caserta: questo non avevo impedito ai maggiori artisti del tempo di compiere il primo pellegrinaggio museale verso la collina. Winckelmann, il marchese de Sade, Goethe e Canova furono solo alcuni dei visitatori illustri del nuovo Palazzo Reale. La rivoluzione del '99 e l'allontanamento di Ferdinando IV portarono a Roma i quadri della collezione, il palazzo venne saccheggiato e il Bosco in parte distrutto: la diaspora delle opere fu contrastata, però, tanto dai Borbone quanto da Gioacchino Murat, ma era destino che molti pezzi della collezione si trasferissero nel Palazzo degli Studi, l'attuale Museo Archeologico Nazionale, dove ancora si trovano, con le Antichità ercolanesi e pompeiane. È nel 1832 che il Palazzo di Capodimonte, restaurato, viene anche completato con un terzo cortile ad opera di Antonio Niccolini. Dopo l'Unità, Capodimonte rimase alloggio regale, ma nacque anche l'idea di realizzarvi una galleria d'arte contemporanea che Annibale Sacco, amministratore della real casa, perseguì acquistando quadri di Domenico Morelli e di altri artisti napoletani. Nel 1866 arrivava a Capodimonte il salottino cinese di porcellana voluto da Amalia di Sassonia nella Reggia di Portici (altro incanto dell'infanzia, insieme all'ambiente gemello di Caserta: oh, prendere il thé e fare il bagno fra le scimmie e le geishe, in una salgariana jungla di porcellana!). Nel 1877 vi furono trasferiti i monumentali pavimenti marmorei d'epoca romana di Resina e di Capri, i biscuit e gli arazzi. I Savoia vi abitarono fino al secondo dopo guerra, anche quando la destinazione museale portò il possesso dell'edificio al Demanio nel 1920. La pinacoteca assorbì pian piano numerose collezioni e, fra il 1952 e il '57, Ezio Bruno De Felice disegnò e realizzò le vele moderne dell'ultimo piano, destinato ad ospitare la collezione d'arte contemporanea, con un sistema di illuminazione naturale variabile e un perfetto riscaldamento delle zone destinate all'esposizione. Oggi, Capodimonte - il cui museo, come tutti sanno, ha appena compiuto cinquant'anni - regala a Napoli emozioni e spazi altrimenti impensabili: il Bosco, unico vero polmone verde cittadino, con il suo elegante disegno e le prospettive distese di un'epoca lontana; le opere d'arte, troppe per rischiare di omettere qualche voce di capitale importanza; e una gestione invidiabile, una delle poche cose che funzionano davvero in questa città e la rappresentano degnamente in Europa.