Nacque nel 1858 come frantoio e presto fu aggiunto il mulino. Dal 1934 divenne "fabbrica di carbone" - come ancora oggi viene chiamato l'intero complesso di edifici - e durante la guerra ospitò l'ammasso di olio e grano. In quello stesso periodo la Piaggio pensò di trasferirvi gli uffici amministrativi ma, una volta terminato il conflitto, il progetto fu abbandonato. L'Oleificio Pisano, nuovo proprietario, vi costruì un essiccatoio per le sanse, che tirò avanti fino al 1958. Quindi si tornò alla produzione di carbone, interrotta definitivamente intorno al 1976. Oggi questi edifici, abbandonati e degradati, potrebbero ritrovare nuova vita sotto forma di agriturismo. La fabbrica di carbone racconta l'evoluzione di un territorio e della sua società. Portando ancora i segni delle trasformazioni nel tempo, è un classico esempio di archeologia industriale, che ha attirato anche le attenzioni dell'università di Pisa. Il fatto che in questo luoghi della memoria possa presto nascere una struttura turistico ricettiva farà allora storcere la bocca a qualcuno, ma le risorse indispensabili per il recupero non suggeriscono soluzioni alternative. Le intenzioni della nuova proprietà sembrano andare verso un recupero attento e rispettoso, capace di restituire nuova dignità a quei luoghi pregni di storia. Francesco Pardi e i suoi due figli, Tommaso e Martino, sono i titolari della società Aquaforte, società dalla quale dipendono le sorti future della fabbrica del carbone. Vivono a Pisa ma confessano di avere sempre avuto un debole per Vicopisano. Da meno di 3 mesi hanno avviato un'attività agrituristica, il Podere de' Pardi in località Capitano, ma è col recupero della fabbrica del carbone che puntano al salto di qualità. Da 3 anni, da quando ne sono diventati proprietari, si aggirano per quei ruderi cercando di salvare il salvabile, e provando a immaginare quel che potrà venirne fuori. Intanto il Comune, col nuovo regolamento urbanistico, ha accordato loro la destinazione d'uso di quegli immobili, segnale che aspettavano con ansia. Accompagnandoci in visita alla fabbrica del carbone, Francesco e Tommaso si dimostrano profondi conoscitori tanto del luogo quanto della sua storia. Fonte preziosa di questo sapere è una ricerca, pubblicata anche su internet, affrontata da Andrea Tedeschi per il dipartimento di Storia moderna e contemporanea dell'università di Pisa. «E' una ricerca - commenta Tommaso - che ripercorre con dovizia di particolari tutta la storia di questo posto, dal primo nucleo costituito dal frantoio voluto dalla famiglia Silvatici, nel 1858, fino all'ultima attività carbonifera impiantata dai fratelli Naso. ll progetto di recupero non potrà prescindere da questa ricerca». Di ciò che fu il frantoio rimane ben poco. «Era certo una palazzo elegante - dice Francesco Pardi - che visto dall'esterno differiva molto dai numerosi frantoi allora attivi nella zona. La facciata, come si vede ancora oggi, fu colorata di un azzurro-verde molto singolare, e Leopoldo Silvatici, raccontano gli eredi, pretese molte finestre e le tende svolazzanti. Abbiamo puntellato tutte le strutture e stiamo valutando cosa vale la pena mantenere. Dovranno essere recuperate le 2 vasche di "colmatazione" che garantivano il continuo afflusso di acqua necessario a far funzionare il frantoio e il mulino, così come i sistemi idraulici che le regolavano. Altre strutture successive non tanto ben inserite, come l'essiccatoio per la sansa, potrebbero essere eliminate. I forni per il carbone, invece, rimarranno. Lavoreremo in accordo con l'amministrazione comunale per individuare le soluzioni più ottimali». Da struttura industriale ad agriturismo il passo è lungo, ma è l'economia del territorio è profondamente cambiata. Guido Bini