Una professione fantasma. Non usa mezzi termini l'Associazione nazionale degli archeologi nel descrivere se stessa. E per farsi sentire dal mondo politico decide di scendere in piazza. Una realtà, quella degli studiosi del mondo antico, composta da circa 7 mila professionisti (anche se non ci sono stime certe), plurilaureati e sottopagati. Una delle categorie professionali, che però, è la denuncia, «è tra le meno considerate» proprio in un paese che, dal punto di vista archeologico, è il più ricco del mondo. Non solo malpagati ma soprattutto privi dei più elementari diritti di ogni lavoratore. E il motivo, secondo l'Ana, è semplice: quella dell'archeologo è, in Italia, una professione fantasma, che non esiste. Sebbene l'archeologo «abbia un ruolo fondamentale come professionista del sapere, per tutelare, gestire e valorizzare il patrimonio culturale, non ha alcun riconoscimento giuridico, esercita una professione in balia di un mercato del lavoro esso stesso privo di regole». Ecco perché per farsi ascoltare dal mondo politico, per ottenere un riconoscimento del proprio profilo professionale gli archeologi italiani scenderanno in piazza il prossimo 14 giugno. E presenteranno le loro richieste. Prima fra tutte l'immediata istituzione presso il ministero per i beni e le attività culturali di una commissione che definisca con chiarezza la figura professionale nella sua essenza, composta da esperti del ministero, delle università e rappresentanti della categoria, per approdare in tempi rapidi all'individuazione delle migliori soluzioni per il riconoscimento della professione di archeologo. Chiedono poi il riconoscimento e la regolamentazione della professione stessa che tenga conto dei titoli, delle competenze e dell'esperienza professionale, «tramite l'inserimento di questa figura nel Codice dei Beni Culturali». Ma è necessario anche un potenziamento delle strutture pubbliche di tutela, ricerca e valorizzazione del patrimonio archeologico italiano, tramite «un sostanzioso incremento del personale scientifico, assunto con una severa attenzione ai titoli e alle competenze scientifiche e professionali richieste dalla funzione da espletare». Infine, che gli incarichi professionali siano definiti con meccanismi di trasparenza così come i sistemi di definizione dei compiti professionali e il controllo dei livelli retributivi.