Giù l'altoforno di Piombino e il silos di S. Carlo: sparisce la memoria del lavoro operaio Falliti i tentativi di salvataggio, le trattative hanno portato solo 161.000 euro stanziati dalla Lucchini per conservarne il ricordo Due storie dell'industrializzazione del Novecento. Due storie di lavoro duro, nelle cave e nell'industria siderurgica. Il silo della Solvay a San Vincenzo, progettato nel 1926 dall'ingegner Pierluigi Nervi, rischia di essere abbattuto prima della fine dell'anno. Dalle cave di San Carlo il minerale di calcio si caricherà tutto su un treno e la vecchia teleferica, che ha viaggiato su e giù dalle colline fino al mare per oltre 80 anni, seguirà la stessa sorte. Così come l'altoforno numero 1 dell'acciaieria Lucchini a Piombino. Il prezzo della modernizzazione. Alla Solvay costerà meno trasportare il minerale fino allo stabilimento di Rosignano. Eppoi presto anche le estrazioni aumenteranno, vista l'autorizzazione all'ampliamento della cava che la società belga ha già da tempo incassato. La Lucchini deve invece far posto a nuovi impianti, quelli per la ripulitura a caldo delle siviere del reparto acciaieria, che tra poco più di un anno non potrà più fare in un'area che da quasi un decennio è di proprietà del Comune di Piombino. Due monumenti dell'industria del Novecento, in difesa dei quali si è levata la voce dell'Associazione italiana per l'archeologia industriale (Aipai) e in particolare quella del suo presidente regionale, il professor Ivano Tognarini, piombinese e docente di storia moderna all'Università di Siena. Ma anche due casi diversi. L'altoforno 1 è dentro una fabbrica ancora viva, che progetta addirittura una sua espansione produttiva. E' un impianto fermo dagli anni Settanta, lasciato al degrado, anche se forse colpevole, e oggi - a sentire la Lucchini - diventato anche pericoloso. Così demolire non è solo un problema di trovare nuovi spazi, ma anche togliere, sembra, un potenziale pericolo. Lunghe e complesse trattative, delicati sondaggi. Poi un accordo, firmato martedì mattina in municipio. L'Altoforno 1 sarà demolito, ma una convenzione del valore di 161mila euro (tutti a carico della Lucchini) servirà a conservarne la memoria. A firmare l'accordo i dirigenti della società siderurgica, il Comune, l'Aipai e l'Istituto Ansaldo di Genova, che già nei suoi archivi conserva gran parte della memoria della siderurgia piombinese. Si faranno rilievi fotografici e con il laser, forse si recupereranno anche alcuni "pezzi" significativi, si potrà ricostruire un modello in scala e dall'Ansaldo potrebbero arrivare i vecchi documenti del progetto che andranno ad arricchire il futuro museo della siderurgia che il Comune intende fare proprio nell'area di Città Futura, sottratta anni fa all'espansione ulteriore verso gli abitati delle borgate di Poggetto e Cotone, delle attività dell'industria. Vittoria? Il presidente dell'Aipai nazionale, Renato Covino, ha sottolineato: «Abbiamo comunque raccolto la sfida, ponendoci il problema di trasformare in una situazione virtuosa una situazione di difficoltà». E in effetti un'operazione del genere fu compiuta negli anni Settanta, demolendo un altoforno ancora più vecchio, il numero 3, rimesso in marcia dopo le distruzioni della guerra, soprattutto per la pressione delle maestranze, che alla ricostruzione contribuirono portandosi pure gli attrezzi da casa. Costò anche il posto ad un sindaco, quell'altoforno, dimissionato dall'allora ministro dell'industria Togni, perché osò, durante l'inaugurazione, parlare di "acciaio per la pace" di fronte ad un rappresentante statunitense che portava il suo sostegno al "piano Marshall", a torto o a ragione, ritenuto dalla classe operaia di quell'epoca uno strumento per il riarmo tedesco in funzione statunitense. Quella dell'altoforno 3 fu la prima colata del dopoguerra, salutata in vario modo a festa. Ma il consiglio di gestione dell'Ilva, che affiancava negli anni Cinquanta l'azione del sindacato, mai si stancò di chiedere la ricostruzione anche dell'altoforno 1, quello che appunto a breve sarà demolito. Una storia del lavoro e del sindacato, oltre che una impresa tecnica di una città che voleva uscire dal disastro della guerra. Ecco anche perché l'Afo 1 rappresenta una memoria da non distruggere. Anche se dal punto di vista tecnologico non è poi così tanto diverso da quello ancora sbuffante che l'anno scorso ha colato oltre due milioni di tonnellate di ghisa. I tunnel, gli ascensori per renderlo visitabile ai turisti appassionati di archeologia industriale non si faranno. I vincoli del vecchio Prg cadranno e i rottami del vecchio altoforno serviranno per qualche colata in più dell'acciaieria. Ma almeno chi vuol ricordare, chi vorrà studiare, potrà farlo. Tanto che lo stesso professor Tognarini ha dichiarato, dopo la firma dell'accordo con la Lucchini: «Questa esperienza piombinese può essere esemplare per altre realtà di questo territorio». E' certo aveva in mente proprio il silo e la teleferica progettata da Pierluigi Nervi per la Solvay. Secondo l'azienda belga devono andar giù anche quelle. Il Comune, del resto - conferma il sindaco di San Vincenzo Michele Biagi - L'aveva già previsto nel piano strutturale del 1988 e ribadito nel regolamento edilizio del 2000. «Noi ci atteniamo all'accordo di programma sottoscritto tra Comune, Regione e Provincia nel 2005 - dice il responsabile delle relazioni esterne della Solvay Stefano Piccoli». Insomma, il Comune poteva pensarci prima. E anche la Regione, che poi, attraverso l'assessore all'urbanistica Riccardo Conti, ha speso qualche parola per salvare l'opera di Pierluigi Nervi. «Quando abbiamo presentato pubblicamente il progetto d'abbattimento del silo e della teleferica - ricorda il dottor Piccoli - a San Vincenzo i cittadini si complimentavano». E certo, siamo in una cittadina turistica, vocata al mare e anche un po' al cemento. Ma oggi il sindaco Michele Biagi qualcosa del silo del Nervi vuole lasciare. Anche se con prudenza. Sa che gli atti darebbero torto al Comune. Con la Solvay dunque vuol trattare. «Non vogliamo andare contro gli atti approvati - dice il sindaco - né creare una conflittualità con la Solvay e i suoi programmi di razionalizzazione dello sfruttamento della cava. Ma avanzeremo tuttavia all'azienda un nostro progetto per salvare almeno una parte delle opere progettate da Nervi». La Solvay intende andar dritta. Il treno che porterà il calcare delle cave di San Carlo fino alla rete ferroviaria tirrenica ha bisogno di un raccordo, imposto proprio dalla Rfi. Ora c'è un binario provvisorio, che le Ferrovie hanno accettato perché la Solvay ha promesso che era solo una questione di mesi. «Siamo disponibili - dichiara tuttavia il responsabile delle relazioni esterne della società belga - a mantenere alcune strutture, in particolare in metallo, progettate dall'ingegner Nervi. Un progetto, va ricordato, che fu fatto nel 1926 sulla base di specifiche Solvay, che aveva già un'esperienza nella realizzazione di impianti del genere». I disegni dello studio Nervi e Nebbiosi sono ancora conservati negli archivi Solvay: minimo di cemento e ferro per reggere una struttura imponente. A realizzarlo fu un'impresa meccanica milanese allora all'avanguardia, la Cerreti e Tanfani, che realizzò pure la teleferica e le paiole che incessantemente hanno corso in questi 80 anni. L'architetto Italo Insolera, che negli anni Ottanta ha lavorato ai piani regolatori coordinati della Val di Cornia, un'idea di riuso della teleferica l'aveva avuta. Se proprio non serviva più per trasportare minerale, avrebbe potuto trasportare turisti fino alla Rocca di San Silvestro e al parco archeominerario. Le carte dei suoi progetti hanno avuto anche meno fortuna di quelle di Nervi.