LA MODERNITÀ nascente, tra la fine del XVI secolo e glinizi del XVII, fu segnata dallavvento della scienza matematica della natura, opposta nel suo estremo quantitativismo allaltrettanto estremo qualitativismo dellantica e medievale scienza metafisica. Sinaugurò allora lo sviluppo di unantropologia che, spinta a pensare in termini meccanici il corpo, si costrinse a ridurre il mentale a pura, astratta idealità. Primo modello ne fu la tesi cartesiana delle due sostanze, la «pensante» e l«estesa», ognuna irriducibile allaltra. Nonostante le vigorose controffensive di straordinari pensatori come Vico, Leibniz, Hume, divenne via via irresistibilmente dominante una ideologia della scienza, nel cui quadro il pensiero era sradicato dalla natura e ridotto a suo estraneo e imbarazzante ospite, mentre lintera natura vivente e lo stesso corpo umano come suo pezzo tendevano ad essere identificati con inerti congegni smontabili e misurabili. In altri termini la biologia si appiattì sempre più sulla fisica. Il nesso tra la soggettività mentale e loggettività naturale, che pure era rimasto al centro del sapere fino alla tecnica di Leonardo nel XV secolo e ancora alla filosofia di Bruno nel XVI, venne reciso. Si finì per concepire separatamente (astrattamente) luomo, soggetto «senza mondo», delimitata entità di pensiero, e lambiente, mondo «senza soggetto», recipiente neutro, pronto con piena indifferenza a contenere qualsiasi cosa. Nel XIX secolo tale propensione ebbe comunque loggettivo merito di rinforzare, nellideologia positivistica, la resistenza della razionalità ai vari assalti delle romantiche fantasticherie vitalistiche. Solo sul finire dellOttocento e poi nella prima metà del Novecento il pregiudizio cartesiano fu rovesciato, senza con ciò intaccare il diritto della ragione, anzi facendone maturare la criti cità, la consapevolezza che il suo potere non è illimitato ma è lunico strumento di giudizio e quindi di libertà di cui luomo dispone. Nella cultura del secolo XX, la critica della «soggettività» dissolve lastratta dualità di corpo e mente. Si può allora dire che il «soggetto» è morto, perché è nata la «soggettività». La quale non è un ente, ma il modo dessere, che nelluomo è completo, essendovi coinvolti corpo, anima, mente. Nella cultura europea tra prima e seconda guerra mondiale, il nuovo modo di pensare avanza in parallelo ma in reciproca indipendenza nei saperi naturalistico-biologici e nella critica filosofico-antropologica. Gli studi etologici e neurologici di quegli anni mostrano che non può pensarsi lambiente come un intero spaziale e il vivente come una sua parte, ossia luno come un recipiente e laltro come un suo occasionale contenuto, bensì come i due aspetti complementari di ununica realtà, la cui dinamica funge nel circolo di movimento corporeo e percezione psichica. Insomma lambiente non è più pensato come lo spazio di una catena di processi fisico-chimici, in sé estraneo allorganismo che vi si trova, ma come sistema integrato di rapporti tra il singolo organismo e il «suo» ambiente o, si può dire, l«intimità» del loro essere insieme. L«ambiente» allora non si riduce più ad un contenitore privo di senso, ma è un «mondo», un ordine di soggettivi «sensi». Per distinguer tutto ciò dallastratta ambientalità spaziale, il biologo Jakob von Uexkúll parlò di Umwelt, di «mondo proprio» di ciascuna specie di organismi. Ben più radicalmente si può dire che ogni «mondo proprio», orizzonte deglindici vitali del comportamento di un individuo, nasce e cresce con il nascere e crescere del singolo individuo, come certamente tocca allesistere umano. Edmund Husserl lo designò come «inondo-di-vita». In quanto lindividuo e lambiente crescono insieme, «con-crescono», solo la loro inestricabile unità è il «con-creto». Karl Jaspers nel 1919 scrisse che «limmagine del mondo», lambiente emotivamente vissuto ed esperito negli oggetti che vengono rappresentati, «è concresciuto intimamente con noi». Gli architetti citano spesso il celebre testo di Martin Heidegger su «costruire abitare pensare». Ancor più utile, per capire cosè «abitare», sarebbero le sue pagine del 1927, quandegli ribadiva la fondamentale intuizione. L«esserci», il modo umano di esistere, «primariamente e continuamente è nelle cose, poiché provvedendo ad esse, e avendole a cuore, in qualchemodo giace nelle cose. Ognuno è ciò che egli stesso coltiva e cura... È nellimmediato e appassionato essere spersi nel mondo che dalle cose viene riflesso sullesserci il suo proprio sé». Non continuo nellevocare gli sviluppi della nuova antropologia, che liquida finalmente labusato schema cartesiano. Mi chiedo piuttosto se e quanto essa sia penetrata nella coscienza dellarchitetto. Certo fin dallantico larchitettura ha posto lattenzione sul nesso tra loggettività del suo prodotto e la soggettività abitante. In una pagina significativa del De architectura Vitruvio considera «decoro naturale» la scelta di «regioni saluberrime e fonti di acque idonee» per erigervi templi ad Esculapio e alle altre divinità curatrici, dal momento che la guarigione più rapida, ottenuta per la salubrità del luogo, «guadagna maggiori lodi alla divinità». Qui evidentemente la salubrità non è una scelta funzionale, aiuto oggettivo alla guarigione dei corpi, ma il voler soddisfare esigenze soggettive profonde, di massa, come il credere in rassicuranti potenze protettrici. Il voluto effetto di una simile scelta è solo un esemplare elemento di quel «complesso di fattezze sensibili» in cui, come dicono i lessici, consiste il «paesaggio» di una località. Il «paesaggio», ormai si sa, non è un mero dato, bensì ogni volta linterazione attuale tra oggettivi stati di cose e un soggettivo sentire, pensare, desiderare. Il «paesaggio» non è un «ambiente» dato ma un «mondo» vissuto. Agli architetti raramente tocca dintervenire su un puro «ambiente» da riempire con un «mondo». Nella nostra realtà, sempre più «storica», cioè sedimentata di vissuti, affollata di attive «macerie», gli architetti si trovano inevitabilmente a lavorare dentro il vivo corpo di «mondi» esistenti, e il loro compito è di trasformarli. Bene perciò ammoniva nel 1983 Vittorio Gregotti: «Il peggior nemico dellarchitettura moderna è lidea di spazio considerato semplicemente nei termini delle esigenze tecnico-economiche, indifferente al problema del luogo». E evidente che il paesaggio italiano è il modo italiano di esser umani così comesso si è venuto determinando nella dinamica della società italiana. Fuori dei sociologismi di maniera, e contro ogni resa al bruto determinismo modificativo, mero effetto del gioco delle forze sociali in campo, larchitettura può concorrere potentemente a trasformare il nostro paesaggio, se del suo vissuto sa cogliere, sotto lappariscente velame delle coatte alienazioni, i desideri più profondi e vitali. Un esempio. Il paesaggio urbano italiano, come dovunque in Europa e nel mondo, è dalla sua crescente plurietnicità forzato a modificarsi. Per larchitettura la sfida oggi è la trasformazione delle nostre città da affollati «ambienti» multietnici in creativi «mondi» interetnici. Trasformare la realtà data in progetti per lumanità. Una sfida non ancora colta.