IL CAPOLAVORO IN RESTAURO. Giunto a metà il lavoro degli esperti dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze. Ieri visita dell'assessore Perbellini e della direttrice Marini Per il trittico del Mantegna rientro previsto il 21 maggio 2009 per la festa del Santo, a 550 anni dalla sua realizzazione INVIATO A FIRENZE L'illustre paziente è steso sul tavolo operatorio. Le chirurghe estetiche pazientemente la risistemano millimetro per millimetro, togliendo i residui di vecchie plastiche mal riuscite, dando una ripulitina generale alla superficie per riportare la pelle, pardon la pellicola, al pristino splendore, tornando a far rilucere gli antichi e raffinatissimi giochi di luci e ombre. La Pala di San Zeno del Mantegna, il capolavoro dell'arte veronese, è in buone, anzi, in ottime mani e il lavoro di restauro sta procedendo con il passo giusto, come hanno potuto constatare de visu ieri, nella sede dell'Opificio delle Pietre Dure di Firenze, l'assessore alla Cultura Erminia Perbellini, la presidente della Commissione consiliare Cultura Lucia Cametti, il soprintendente per i Beni storici e artistici Fabrizio Magani e la direttrice dei Muesi civici Paola Marini. La Pala, è stato ribadito anche ieri, rientrerà quindi a Verona tra undici mesi e sarà rimessa al suo posto, sopra l'altare maggiore della basilica, il 21 maggio 2009, in occasione della festa del asnto e a 550 anni esatti dal suo arrivo in città, avvenuto nel 1459. Il dato più consolante, per chi come noi e l'architetto Flavio Pachera, fabbriciere di San Zeno, aveva avuto modo di seguire tutto l'iter che aveva portato al riconoscimento dell'urgenza di un restauro subito dopo l'esposizione nella grande mostra mantegnesca alla Gran Guardia, è la sistemazione di quello che era il problema maggiore, creato proprio dal principale restauro operato sulle tavole negli anni '30 da Mauro Pelliccioli. Ossia l'eccessiva rigidità della gabbia di legno Douglas posta sul retro, che unita all'assottigliamento (dagli originali cinque centimetri addirittura alla metà) e ai tagli verticali e trasversali, in qualche caso riempiti di stucco, per raddrizzare la curvatura naturale che la storia aveva creato alle tavole, stava mettendo a rischio l'integrità della superficie pittorica, salvata dal disastro solamente, come ha detto il direttore del settore restauro dei dipinti dell'Opificio Marco Ciatti, dalla straordinaria bontà tecnica della pittura del Mantegna, uno che ci sapeva proprio fare, come dimostra anche la meravigliosa architettura scultorea lignea della cornice. Nei lavori di ripulitura e restauro, condotti sotto la guida di Laura Speranza da ben cinque tecnici (grazie a un supplemento di finanziamento di 150 mila euro del Comune) sulle varie parti che la compongono, è emerso infatti che il grande artista rinascimentale aveva numerato i diversi pezzi per indicare come andava montata. Indicazioni purtroppo andate perse nei vari spostamenti che il Trittico della Madonna con il Bambino e i Santi aveva subito nel tempo, tanto è vero che l'ultima volta era stata rimontata così a casaccio che la sua stabilità era talmente compromessa che sarebbe bastata una piccola scossa di terremoto a farla crollare. Con dannni facilmente immaginabili e probabilmente irrimediabili. Mentre nella clinica del legno, dopo la risistemazione di vecchi restauri «quasi puerili da quanto grezzi erano», come ha detto la Speranza, direttrice del centro, si stanno già facendo le prove per la ricopertura a foglia d'oro delle parti dove è andata persa, in quella attigua il capolavoro del Mantegna è in buona compagnia, con Giotto, Cimabue, Beato Angelico, Raffaello e Bronzino. E limatura dopo limatura, millimetro dopo millimetro, lo straordinario tessuto dei suoi cromatismi riemerge.