Scavi sotto il sole e tanta fatica, ma Annalisa ha realizzato il suo sogno La missione più affascinante in Israele a cercare l'antica Magdala, città in cui ha vissuto Maria Maddalena A Rosignano a caccia di etruschi, sull'Amiata per scoprire i segreti di una necropoli medievale, oppure lontano in Medio Oriente, sul lago di Toberiade, nella città che fu di Maria Maddalena. Per Annalisa Faggi, 35 anni, livornese laureata a Pisa, l'avventura è qualcosa che ti capita tutti i giorni. Ma che fatica starci dentro! Per fortuna ti sostiene il sogno che avevi fin da bambina di poter scavare, trovare un coccio, spolverarlo delicatamente con il pennello e spazzare via la polvere del tempo e della dimenticanza. Annalisa è un esempio tipico di quello che può offrire ma anche costare in termini di dedizione e di coraggio la professione dell'archeologo. È diventata socia di una cooperativa archeologica, la Coidra con sede a Firenze, che si è fatta un nome per aver scavato nel cantiere delle navi romane a Pisa, uno dei più famosi e impressionanti ritrovamenti degli ultimi tempi. E questo incarico ne ha richiamato altri, cosicché la cooperativa si è ormai guadagnata una certa sicurezza. Ma anche per Annalisa gli inizi non sono stati facili. «Ho cominciato a guardarmi intorno - spiega - anche prima di finire l'università, proprio perché temevo di fare la fine di tutti quelli che rimanevano anni senza combinare niente. Io volevo scavare a tutti i costi, lo sognavo fin da bambina. Appena laureata mi sono offerta per andare a scavare per il Museo Archeologico di Rosignano, alla necropoli etrusca di Pian dei Lupi. Eravamo in quattro e io ero volontaria, ma dopo un mese hanno cominciato a pagarmi. Ho fondato anche un'associazione culturale che si chiama "Antiqua tempora" con sede a casa mia. Non può immaginare quanti giovani archeologi ci siano a Livorno, oggi va molto la laurea in conservazione di beni culturali». Gli inizi sono sempre duri... «Sì, ma non bisogna mai arrendersi, bisogna offrirsi, prendere le occasioni al volo, non aspettare che arrivi la manna dal cielo. Io invece ne vedo tanti che non si vogliono spostare, non si vogliono sacrificare. All'inizio ho fatto un po' di tutto, non dicevo mai di no a niente. Uno così si forma in vari settori, impara le tecniche di scavo. Sull'Amiata per esempio ho scavato una necropoli medievale, in Liguria per uno studio associato ho lavorato al Castello di Lerici, a Pisa alle navi romane». Già, ma per farlo bisogna dedicarsi anima e corpo all'archeologia. E il resto? «Io sono sposata, ma mio marito mi ha conosciuto che ero all'università e ha sempre saputo che ho impostato tutto su questa linea. Del resto non può aver niente da ridire: anche lui è sempre in giro visto che è in marina. Già mi danno pensiero i due animali che ho: un cavallo che divido con mia sorella e un cane che quando devo andare via affido a mia madre o metto a pensione». Una passione che viene da lontano. «A 8 anni ho deciso. Mi ricordo perfettamente. Tornai a casa da scuola il giorno che avevo da studiare l'uomo preistorico e dissi: mamma, voglio fare l'archeologo. Tutto quello che ho fatto poi, la scuola, le letture nei periodi di svago, tutto è stato indirizzato all'archeologia. È stato il filo conduttore della mia vita. E pensare che di carattere io sarei una indecisa. Su questa cosa non lo sono mai stata. Forse non saprei fare altro». È vero che l'archeologia è femmina? «Forse sì. Le donne sono più sensibili, più attente alle cose antiche. Conosco anche tanti uomini che sono molto appassionati e sono bravi, ma gli uomini vogliono un lavoro che paga subito e non si accontentano. Negli organismi statali lavoro non ce n'è più, meno male che ci sono le cooperative. Sarà un caso, ma alla Coidra siamo tutte donne e le mie cape sono veramente in gamba, gli sono molto riconoscente perché non è facile farsi strada e farsi rispettare in tutti i luoghi di lavoro. Ora non sto scavando, ma sto facendo assistenza in un cantiere edile a Pisa. Perché anche nell'edilizia quando ci sono da fare degli scavi è richiesta la sorveglianza dell'archeologo». Fatica e sudore, ore di lavoro a capo chino sul terreno. Mica tutti ce la fanno. «Mi arrabbio quando qualche amico mi chiede: mi porti con te a scavare? Ma cosa credono? Anche il mio è un mestiere non un divertimento. Chiederesti mai a un ingegnere di portarti con lui mentre si costruisce un palazzo? Stiamo sotto il sole e anche sotto la pioggia per otto ore e facciamo solo una pausa per il pranzo che ci portiamo dietro se siamo in posti sperduti. Io ho scavato a Pisa anche con le dita nel ghiaccio perché dovevo finire il lavoro. E poi andiamo sui cantieri edili in mezzo alle ruspe». Indiana Jones in gonnella. Ma qual è stata l'esperienza più affascinante? «Senza dubbio la missione in Israele a cui ancora partecipo, con l'Institutum Biblicum Francescanum di Gerusalemme, al lago di Tiberiade. Sono partita una prima volta come volontaria durante le vacanze e ho la fortuna di essere l'unica al mondo che hanno richiamato sotto contratto. Gli è piaciuto come ho lavorato. Là c'è da scavare un'intera città, la città di Magdala dove viveva Maria Maddalena. È una cosa meravigliosa». E questa è un'avventura vera, anche rischiosa visto il territorio non proprio tanquillo in cui la missione si compie. «Per me è stata un'avventura anche quando ho fatto per qualche anno ricognizione nei boschi qui intorno. Volevo trovare insediamenti antichi da proporre poi ai comuni per effettuare delle visite, era un'idea che mi era venuta con l'associazione e qualche scoperta l'ho fatta. È un'emozione se trovi un cunicolo, un muro nascosto tra la vegetazione e ti lanci alla scoperta con il rischio di scivolare». Insomma, valeva la pena. «Certamente. A questa manifestazione di Roma io non andrò, ma anch'io ritengo che sia necessario che la nostra professione venga riconosciuta. Non so in che modo, se con l'istituzione di un ordine professionale o altro. Però quello che mi sento di dire a chi vuol fare l'archeologo è che ci vuole tanta intraprendenza. E poi studiare sempre ed essere aggiornati. Io ho fatto così».