Un lupo vide un agnello presso un torrente che beveva, e gli venne voglia di mangiarselo con qualche pretesto. Standosene là a monte, cominciò quindi ad accusarlo di insudiciare l'acqua... Leggendo la su La Nuova il resoconto dell'incontro organizzato da Festarch il cui tema significativamente era «Tour della vittima», mi è venuto da pensare alla favola di Esopo del lupo che «si veste» da vittima. Lontano da me il pensiero che i progettisti siano dei lupi, ma è ancora più lontana l'idea che essi possano essere considerati vittime. Al di là di queste facezie, sottopongo all'attenzione alcuni argomenti che emergono dalle dichiarazioni riportate nelle cronache giornalistiche. Parto dall'affermazione: «Colpevole di non essere una griffe... perché se fosse uno dei grandi nomi visti a Festarch la discussione neppure si sarebbe posta». Chi ha avuto modo di leggere il volume «La metropoli consumata» (di cui sono un'umile co-autrice con Emanuele Sgroi) e i precedenti lavori, avrà visto quanto siano poco sensibili alle mode alcuni sociologi urbani. In merito alle architetture delle meraviglie cito dal secondo capitolo scritto da Sgroi: «Stiamo assistendo negli ultimissimi anni a una esplosione di questa architettura seduttiva che farebbe pensare alla potenza compulsiva di un Don Giovanni Tenorio alla continua conquista di luoghi, del loro corpo piuttosto che della loro anima, da collezionare nel proprio catalogo. Gran parte di queste opere incontra un successo che è dovuto, realisticamente, non soltanto al glamour di esperimenti linguistici assai sofisticati, ma soprattutto all'effetto "grandi firme" che ha monopolizzato il mercato con la forza da rullo compressore dei grandi studi professionali globali. Come accade ai grandi "stilisti" della moda che non si pongono il problema di "chi" indosserà poi i loro abiti, anche molti architetti non disegnano un monumento per un luogo, ma costruiscono un "evento" per i nuovi nomadi del mondo globale». C'è chi ha detto di recente che gli archistar stanno ormai nel sistema della moda. Dal canto mio, posso solo dire: «Mi spiace non vesto Prada e neppure Marras». Ben vengano invece progettisti locali meno noti al grande pubblico; ma essere locali per noi, instancabili e noiosi critici dello star-system, non significa essere esenti da possibili critiche. Anche l'affermazione secondo cui si è scelta «una strategia di ampliamento che è quella di invadere in modo figurato, il centro storico, lontana dal gigantismo modello Guggenheim di Bilbao», va riportata nel corretto contesto, sia perché non di modello alcuni di noi hanno parlato, né di misure, bensì di «effetto Guggenheim», in relazione al duplice ruolo attrattivo del museo e del suo contenitore; sia perché è alla città nel suo complesso che è stata rivolta questa specifica critica e non al singolo progetto. Ma tant'è le parole possono essere rivoltate come più appare utile, per dimostrare un complotto che non c'è perché tutti siamo per ampliare il Man. Infine, il grido d'allarme «Non fermate il museo», a chi è rivolto? Ai ricercatori che hanno firmato l'appello contro la modifica della facciata di casa Deriu? Ma davvero tra i grandi che hanno firmato l'appello di Achille Bonito Oliva qualcuno ha avvertito questo pericolo? Trovo la cosa un po' buffa, lo confesso, soprattutto se penso ai veri problemi che sta attraversando la nostra isola, problemi da cui non è immune Nuoro, come noi «talvolta grilli parlanti» cerchiamo di raccontare quotidianamente nel nostro fare e nel nostro ricercare. A mo' di postilla: l'autorevolissimo capogruppo alla Camera del Pd ritiene «che sia giusto lasciare l'ultima parola al Man che ben conosce le sue esigenze», ma aggiunge «chi dovrebbe decidere (il sindaco) non decide e il progetto non viene approvato». Ossia la decisione pubblica sembrerebbe dipendere da chi conosce le proprie esigenze. Ma domando, dato che ogni settore economico ben conosce le sue esigenze, è da questo che dipendono le scelte della politica? Ma se così fosse perché mai dovremmo avere bisogno della politica?
SARDEGNA - La piazza Satta, il Man e l'imperante star system degli architetti globali
Un articolo di giornale discute la critica ai progetti di architetture delle meraviglie in città. L'autore sostiene che molti progetti sono stati realizzati senza considerare le esigenze della città, ma piuttosto per soddisfare le esigenze dei progettisti e dei clienti. L'autore critica anche la strategia di ampliamento dei musei e dei centri storici, che secondo lui è stata realizzata senza considerare le esigenze della città. Infine, l'autore si chiede se la politica debba decidere su progetti di architetture delle meraviglie, e se la decisione debba dipendere dalle esigenze della politica. L'autore sostiene che la politica dovrebbe essere più attenta alle esigenze della città e dei suoi cittadini.
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