FRANCIA «E' una lotta generale» Parlano gli occupanti di Villa Medici. ROMA Raul è un musicista che fa parte del gruppo che ieri ha partecipato all'azione di Villa Medici. Com'è nata questa iniziativa? E' nata in forma spontanea, da un gruppo di intermittenti che si trovano a fare i conti quotidianamente con le riduzioni del sistema sociale e con la progressiva perdita di diritti di cui ci accorgiamo sempre di più... Abbiamo deciso di occupare l'Academie de France perché è un luogo simbolico della cultura. Un luogo importante che rischia di perdere il proprio ruolo di sostegno e aiuto alle arti francesi in Italia. Avete realizzato altre azioni spettacolari? In Francia abbiamo fatto molte iniziative con un forte riscontro mediatico: dall'occupazione degli studi di canali televisivi ad azioni nei cinema e nei teatri. In un periodo di forte reazione come questo abbiamo saputo darci una svegliata. Prima del nostro avvento e della strage di anziani di quest'estate dovuta alle alte temperature, ma anche dalla scarsa assistenza, che ha fortemente scosso l'opinione pubblica, il governo godeva di un forte consenso. Ora le cose sono cambiate diverse, lo scontento avanza c'è un diffuso sentimento di sfiducia verso le istituzioni. Tutte le categorie di lavoratori si sentono in qualche modo assediate. Una categoria sta nascendo sindacalmente? Beh, siamo sempre molto colpiti dall'individualismo, ma il taglio ai diritti porta a lottare molte persone che lo fanno per la prima volta, proprio come oggi. C'è però l'intuizione di non voler fare una lotta di categoria, ma insieme agli altri lavoratori, ai pensionati. Questo ci caratterizza molto, portandoci il sostegno e la simpatia di molti altri lavoratori. Stiamo superando il senso di isolamento che percepivamo nei confronti delle altre categorie. Queste lotte servono per mantenere diritti acquisiti o per interrogare, in un gioco di parole, lo stato dell'arte, il campo protetto della cultura? La forza di un movimento dipende anche dalla sua capacità di porre nuove tematiche: le lotte degli intermittenti hanno sollevato nuovi problemi che sollecitano nuove risposte. Nella produzione del sensibile viene in mente la lezione di Duchamp, secondo cui «l'opera» è per metà il risultato di colui che la realizza e per metà di colui che guarda, ascolta, legge. I cambiamenti radicali toccano la «cultura» e l'«arte», ed è una delle ragioni per cui non si può più parlare di «eccezione culturale»: poiché le pratiche culturali, da un punto di vista formale e materiale, sono parte integrante della produzione capitalistica. Gli intermittenti raccontano nuove forme dello sfruttamento contemporaneo. Pensiamo che un gran lavoro gratuito, già nell'appropriazione delle forme di comunicazione, verbale e non, delle forme di vita, dei linguaggi, sia attivato e valorizzato senza alcuna contropartita finanziaria. Quale prospettiva date alla vostra lotta? Non sarà una battaglia facile. A livello mondiale il liberismo sta imponendo tagli e drastiche trasformazioni del sistema sociale. Chiaro, in un contesto del genere i primi a rimetterci sono la cultura e le arti, ma anche i servizi e tutto ciò che viene considerato superfluo e viene rimesso dalla collettività all'individuo.