Con un occhio rivolto al cielo, che fino all'ultimo aveva dato segni di irrequietezza, per poi regalare all'ultimo un caldo sole, e l'altro allo splendido spettacolo dell'anfiteatro pieno di gente, ieri pomeriggio il sindaco di Campiglia Silvia Velo ha ufficializzato l'apertura dell'antica Rocca restaurata. Presenti il presidente della Regione Claudio Martini, che ha compiuto il taglio del nastro al Cassero, il presidente della Provincia di Livorno Giorgio Kutufà, il sindaco di Piombino e presidente del Circondario Gianni Anselmi, il presidente della Parchi Val di Cornia, Luca Sbrilli, l'archeologa dell'università di Siena Giovanna Bianchi, l'architetto Fiorella Ramacogi, in rappresentanza della Soprintendenza dei Beni architettonici di Pisa. «Negli ultimi quindici anni - ha detto il sindaco Velo - abbiamo investito risorse pubbliche per oltre dieci milioni di euro. Resta ancora molto da fare, tuttavia, nonostante le sempre maggiori difficoltà finanziarie dei Comuni, intendiamo proseguire nella convinzione che questo rappresenti uno dei nostri principali impegni istituzionali, ma anche uno degli strumenti attraverso cui favorire lo sviluppo e la diversificazione economica di uno stupendo pezzo di Toscana». Tutti soddisfattissimi dei risultati di un progetto che arricchisce ancora di più il territorio dimostrando, come ha affermato Gianni Anselmi, «che in Val di Cornia c'è un miracoloso intreccio tra produzione, turismo e qualità territoriale». Molto emozionata anche se un po' stanca - gli ultimi interventi per rendere la Rocca pronta ad aprire le sue porte al pubblico sono terminati solo ieri mattina - l'archeologa Giovanna Bianchi dell'università di Siena che, dopo la scomparsa del professor Riccardo Francovich, avvenuta l'anno scorso, ha proseguito il restauro. E quella di Francovich è stata una presenza evocata durante la cerimonia da più voci, per sottolinearne il valore e il prezioso lavoro compiuto in un territorio da lui molto amato. «La fine del restauro è un punto d'arrivo di importanza fondamentale, che chiude un ciclo iniziato da tempo - ha affermato l'archeologa Bianchi - e il risultato rappresenta quello che dovrebbe essere il percorso ideale, per tutti coloro che fanno ricerca in archeologia: non c'è ricerca archeologica che non abbia come strategia successiva la valorizzazione attraverso la fruizione da parte dei non addetti, che devono capire la storia attraverso ciò che vedono». «L'obiettivo che ogni archeologo si pone - ha spiegato ancora la professoressa Bianchi - è quello di ricostruire, ma non in base alla vecchia concezione che era legata alla bellezza del singolo pezzo, perché l'archeologo contemporaneo si deve occupare del pezzo inserito nel suo contesto. E' importante cioè trovare reperti belli e interessanti, ma lo è altresì trovare quelli che parlano della vita quotidiana, come i pezzi che abbiamo messo in mostra all'interno del museo della Rocca». Oggetti cioè che raccontano la storia quotidiana della gente, scelti con grande cura, dal gruppo di lavoro della Bianchi, un gruppo formato in gran parte da giovani. «Al primo piano del museo della Rocca, per esempio - continua Giovanna Bianchi - ci sono delle vetrine che raccolgono le ceramiche che si usavano sulla tavola dei signori, ma anche su quella dei soldati e sono reperti che ci dicono qual era il corredo della mensa, della cucina, della dispensa, ma anche, grazie ad analisi particolareggiate oggi possibili, ci fanno risalire a cosa veniva cucinato all'interno di questi contenitori e al tipo di alimentazione della gente dell'epoca. Si può capire, per esempio, come in certi contenitori venivano bollite le carni con del brodo vegetale, con il farro, con il cavolo. Qui a Campiglia si mangiava molto il maiale - conclude l'archeologa - allevato soprattutto nelle prime fasi di vita alto medievali, quando questo era un villaggio di allevatori di maiali». M.A.S.