INNOVATORE II ministro Giuliano Urbani: «Ci hanno accusato di voler distruggere il patrimonio artistico. Come fossimo talebani» "Chi dice che svendiamo il patrimonio non ha capito niente. La gestione privata degli scavi ha portato un incremento del mille per cento. Anche Salvatore Settis adesso è d'accordo con me" Lo spettacolo di Pompei di notte, ricostruzioni virtuali delle grandi opere d'arte, i musei ai privati. «Ma anche le divise a tutti i custodi perché avvertano l'orgoglio di un ruolo». Il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani tiene molto a quest'ultima iniziativa, la più modesta, ma anche la più sintomatica del degrado ereditato dal centrosinistra. Quello dei Beni culturali è un ministero che nella squadra di governo somiglia tanto al portiere. Un signore che, come diceva Brera (Gianni non la pinacoteca), non potrà mai farti vincere una partita, ma potrà sempre fartela perdere. Per questo il ruolo chiave è stato affidato a uno dei più raffinati politologi in circolazione. E lui lo interpreta con un certo coraggio, sfidando il comodo immobilismo conservativo e proponendo una serie di novità a prima vista rivoluzionarie: la realtà virtuale agli Uffizi, un auditorium e un albergo con tanto di sponsor vicino a Pompei. Signor ministro, ci parli di questa idea da far tremare i polsi. «Niente paura, è una cosa semplice e affascinante, che rientra nel programma di gestione privata di parte del nostro patrimonio. Dopo il successo della dimostrazione di realtà virtuale organizzata con la collaborazione di Carlo Rambaldi (il papa di King Kong ed E.T.) a Castel Sant'Angelo, vogliamo proporre anche in altri luoghi di punta della nostra cultura questi spettacoli ad alta definizione digitale, in cui eventi e monumenti vengono riprodotti com'erano in origine. Per una ricostruzione, Pompei è perfetta. E attira l'interesse di grandi sponsor: ho nel Cassetto progetti della Sony per realizzare un auditorium e un albergo a impatto ambientale zero. Altre proposte sono arrivate dall'Ibm Italia e da una major hollywoodiana». La accuseranno di voler creare una Disneyland ai piedi del Vesuvio. «Nulla di più lontano dalle mie idee. È invece un modo per valorizzare i nostri tesori e per avvicinarli al pubblico più giovane, che fa uso della realtà virtuale con cadenza quotidiana. A Castel Sant'Angelo ci si infila un casco e si vedono gli affreschi della Cappella Sistina volando. Così vicini ai capolavori come non sarebbe mai possibile dal vero; si arriva a leggere, sul collo di un angelo, la firma di Raffaello». Perché proprio Pompei? «Perché è un marchio mondiale e perché lì la sperimentazione è molto avanti. Abbiamo realizzato l'illuminazione per il tour notturno, è un vero spettacolo che ci ha permesso di aumentare del 30 per cento le visite. Inoltre la gestione della biglietteria da parte dei privati ha dato un incremento del mille per cento. Ecco perché vogliamo creare musei virtuali anche a Venezia, dove mostreremo la città ai tempi della Serenissima. E a Firenze, ai tempi delle Signorie. Gli Uffizi erano i mercati generali, riportarli a quell'epoca con la fiction sarà affascinante». Sicuro che il professor Salvatore Settis, luminare che più volte è entrato in polemica con lei, approverebbe? «Il rapporto con il rettore della Normale di Pisa adesso è ottimo. È accaduto qualcosa di bizzarro: lui pensava di avere a che fare con dei talebani che volevano distruggere il patrimonio artistico italiano. Ci siamo incontrati, abbiamo parlato. E alla fine ha accettato di entrare nel Consiglio scientifico per la tutela dei Beni culturali». Temeva veramente che avreste venduto il Colosseo? «Quando gli ho spiegato che avevamo intenzione di cedere solo alcune aree e immobili senza alcun valore architettonico, ha riconosciuto che il patrimonio immobiliare italiano è degno di un Paese socialista. E che lo Stato non solo ha il diritto di vendere quella roba lì, ma anche il dovere». Più fondi per i beni culturali: è sempre stata un'illusione. «Per i governi di sinistra, di sicuro. Noi siamo riusciti a far inserire nella finanziaria lo stanziamento a favore dei beni culturali del 3 della spesa per le infrastrutture. Una percentuale molto più alta dello zero-virgola del passato, e che in prospettiva futura non ci fa arrossire nel confronto con gli altri Paesi europei». Musei ai privati. A che punto è il progetto? «Passo dopo passo arriveremo alla gestione privata. Non c'è solo la volontà di andare avanti, ma anche la necessità. Vorrei però fare una premessa: il patrimonio artistico resta in mano ai soprintendenti e i privati collaborano con loro per la gestione del bene. Questo per evitare che si torni ad accusarci di voler dare in mano ai privati il nostro patrimonio artistico». In cosa consiste il passaggio di responsabilità e di incassi? «In alcuni musei di punta abbiamo realizzato strutture accessorie che li rendono ancor più appetibili e vincenti. Agli Uffìzi si può cenare in un ambiente straordinario. Sono piccole isole, ma bisogna continuare su questa strada per approdare al global service: chi vince la gara d'appalto gestisce interamente i servizi del museo. Guardaroba, ristoranti, bar, librerie; fino a poco tempo fa il visitatore non aveva neppure un posto dove mettere l'ombrello quando fuori pioveva». Fin qui potrebbe arrivarci anche lo Stato. «Il privato gestisce i soldi meglio di un burocrate. E ha meno paura delle novità. Talvolta basta poco per valorizzare un monumento. Abbiamo illuminato di notte la Villa Reale di Monza con le lampadine a basso consumo; il risultato è notevole e il costo è di sette euro a notte, il pubblico ci da ragione: durante le vacanze di Natale i nostri musei sono stati stravisitati». Il personale e i sindacati cosa ne pensano? «È in atto una riqualificazione anche di chi lavora. Corsi di formazione in lingue straniere, maggiore responsabilizzazione. Per dire una piccola cosa: i custodi stanno rimettendo le divise. È una questione d'immagine, ma anche d'orgoglio personale. È un modo di dire al visitatore: tu guardi la Primavera del Botticelli, ma sono io che la custodisco». Il governo ha parlato di grandi opere. In Italia ci sono anche grandi monumenti e servono grandi restauri. C'è un programma di lavori? «Abbiamo riaperto la Torre di Pisa, la Cappella degli Scrovegni a Padova, la Basilica superiore di Assisi. Quanto alle priorità, si figuri che sinora non c'era neppure uno strumento di rilevazione del rischio, qualcosa che ci dicesse a quale monumento assegnare la priorità del restauro. Il criterio usato era quello clientelare. Vale a dire: soldi alla regione politicamente affine». Come pensa di ovviare? «Noi stiamo realizzando qualcosa di semplice, ma crediamo efficace: vogliamo dotare i custodi di tutti i musei di una macchina fotografica digitale. Loro vedono una crepa, e invece di cominciare a compilare moduli destinati a finire sopra altri moduli dentro uno stanzino, scattano una foto. Poi la mandano in rete e gli esperti possono cominciare ad analizzarla per verificare se quella crepa è un segnale di pericolo». Si parla da tempo di uno spazio Rai dedicato alla cultura e all'arte. «È arrivato il momento di concretizzare. Il consiglio d'amministrazione ha accettato una nostra proposta per realizzare un telegiornale dedicato all'arte e allo spettacolo che darà informazioni su tutte le iniziative culturali in Italia. Nei giornali feriali dovrebbe andare in onda una striscia quotidiana di 15 minuti, mentre il sabato sarà inserito all'interno di un magazine». Per quali musei vorrebbe essere ricordato? «Vorremmo realizzare il sogno di vedere i Grandi Uffizi, perché ci sono gli spazi e anche una moltitudine di opere. O la Grande Brera perché, passato Napoleone, a Brera non si è più fatto niente di nuovo. E nelle cantine ci sono collezioni di inestimabile valore. Stiamo pensando anche al museo dello Sport a Roma vicino allo stadio Olimpico; c'è la palestra di scherma che è una meraviglia infinita di architettura neoclassica e di architettura moderna. Sul modello de Les Invalides di Parigi vorremmo realizzare un museo delle Forze armate. A Ferrara è in progetto il museo dell'Olocausto. A Milano, c'è tutto il necessario per dare il via al museo della Moda». Signor ministro, ma è proprio sicuro che gli italiani siano convinti di vivere in un museo a cielo aperto? «Convincerli è il nostro lavoro, anche se c'è ancora da fare. Pensiamo a quanto stanno spendendo le regioni per manifesti che vediamo negli aeroporti e nelle stazioni ferroviarie: "Sicilia, sole". Grazie, lo sapevamo già. Il sole c'è anche in Croazia e in Spagna. Ma fate un cartellone mostrando Selinunte; quella c'è solo lì».