«Sono indignalo. Non sopporto più le prepotenze, nate con una leggina varata nel salone dei Cinquecento ai tempi di Firenze capitale quando il governo decise, il 7 e il 9 giugno 1866, la soppressione di tutti gli ordini religiosi e «l'incameramento nel demanio dello Stato di tutti i loro beni, compresi conventi e chiese» oggi di proprietà del Comune. Santa Croce dice padre Massimiliano Rosilo, direttore da quarant'anni di «Città di vita» appartiene a tutti ed è patrimonio dell'umanità. Qui ci sono le opere di Giotto e Cimabue, di Donatello e Canova, qui riposano i grandi, a cominciare da Michelangelo. L'abbiamo costruita noi e gli artisti che hanno lavorato con noi. E la cosa più onesta che si possa immaginare oggi e che i frati minori conventuali ne abbiano l'uso completo, senza interferenze, secondo il principio" del diritto e della storia». Per ottenere questo diritto l'uso completo di Santa Croce senza interferenze padre Rosito è al lavoro nella redazione di «Città di Vita». «Sto cercando di organizzare su questo problema un convegno per la primavera. Hanno già dato la loro adesione riviste cattoliche come «Il mulino» di Bologna e l'Istituto teologico dell'arcivescovado. Ho anche intenzione dì mettermi in contatto con l'Unesco per far dichiarare Santa Croce patrimonio dell'umanità». L'indignazione di padre Rosito nasce da lontano, da una serie di soppressioni, talvolta anche giuste, ma che hanno comunque comportato danni ai fabbricati, sopratutto al convento. Cominciò Pietro Leopoldo nel 1782 con l'abolizione del tribunale dell'inquisizione. Durante Firenze capitale Santa Croce venne occupata dal ministero delle Finanze e dalla truppa, e al tempo di Napoleone anche da Dragoni e cavalleggeri. Sul tetto della basilica i soldati si divertirono a sparare a colombi e rondoni, facendo cadere pietre nella chiesa. «Nel 1909 dice padre Rosito si giunse all'idea di voler addirittura abbattere il chiostro del Brunelleschi per allargare la Bi- [sic: biblioteca?] sono comunque attaccate a quelle del secondo chiostro, anche se Bargellini ha fatto costruire un muro per nascondere in parte il torrione che guarda Corso dei Tintori. Eravamo 350 frati. Oggi siamo sei. Avevamo gli orti. E oggi non abbiamo più nulla. Neppure un passaggio sul retro perché ci hanno detto che c'è la scuola Vittorio Veneto. Se scoppia un incendio nell'area dell'abside i pompieri non hanno modo di arrivarci con i loro mezzi. C'è un bandone che ci collega con via San Giuseppe, ma le autobotti non ci passano di certo. Le nostre richieste ricevono raffiche di no. Perché non siamo i padroni. I proprietari si comportano da padroni. Hanno tolto le chiavi alla cripta e hanno proposto di organizzare nel sacrario un centro multimediale. Dopo due mesi di polemiche ci hanno riconsegnato le chiavi. L'atteggiamento è ora più soft. Ma il problema rimane. E va risolto. E' orribile che a distanza di tanti anni lo Stato o chi per lui rivendichi la proprietà e l'uso di un bene usurpato, come se fosse frutto del suo sudore».