Due bei debutti per il neo-ministro dell'Ambiente, Stefania Prestigiacomo: a livello internazionale è andata a chiedere a nome dell'Italia una riduzione dei parametri fissati a Kyoto contro le emissioni di gas serra, ritenendoli troppo alti per noi; a livello interno ha cancellato per decreto la commissione tecnica per la valutazione dell'impatto ambientale (Via) composta da elementi capaci e quindi «scomodi». Tale cancellazione ha più di un risvolto inquietante. Intanto essa è stata infilata nel decreto legge sui rifiuti, pur essendo materia "assolutamente estranea ai contenuti e ai motivi di necessità e di urgenza che hanno portato alla redazione del decreto legge sui rifiuti" (l'osservazione critica, assai pertinente, è dell'ufficio legislativo del Wwf). Inoltre l'azzeramento tecnico-scientifico è stato motivato, tragicomicamente, col "contenimento della spesa pubblica" poiché riduce da 60 a 50 i componenti della detta commissione tutta da rinominare nei prossimi tre mesi dai nuovi ministri (il vero titolare della grandi manovre ambientali sembra Altero Matteoli, ministro per le Infrastrutture, autore di un Codice per l'ambiente mai abbastanza deprecato). Va detto subito che il numero di 60 componenti non nasceva a caso: ci sono valutazioni ambientali e valutazioni ambientali strategiche, o VAS (per i grandi progetti soprattutto), volute dalla direttiva europea per la quale, attenzione, il governo Berlusconi è stato già condannato per il mancato recepimento. Le VAS richiedono esami delicati, dettagliati, approfonditi, e quindi tecnici in grado di svolgerli seriamente e nei tempi dovuti. Esigenza riconosciuta pure dal TAR. Evidentemente, ora si vogliono invece valutazioni "semplificatissime", quindi ultraveloci, compiute da tecnici più allineati al nuovo corso Prestigiacomo-Matteoli di quelli testé "cancellati". All'articolo 7 del decreto sui rifiuti si fa capire anche un'altra cosa allarmante: con il decreto legge col quale sarà rifatta (su misura) la nuova commissione per la VIA sarà pure riordinato il Ministero medesimo. Altra decisione quanto meno sorprendente. Siamo in realtà ad uno sbrigativo spoil-system "esteso impropriamente", nota sempre il Wwf, "oltre che agli incarichi apicali della pubblica amministrazione di nomina politica, anche ad una commissione tecnica", con l'aggravante dell'uso della decretazione di urgenza. Ma quale urgenza poi? Con questa "cancellazione" della commissione tecnica si perdono in realtà mesi e mesi, si vanificano lavori delicati (appunto) in corso di esame. Decreto legge quindi da bocciare su tutta la linea. Ma la voce che gira negli ambienti ministeriali è che Altero Matteoli voglia portare presso di sé, cioè alle Infrastrutture, la valutazione d'impatto ambientale, soprattutto in materia di grandi opere, come l'amatissimo Ponte sullo Stretto col quale - l'ha ridetto l'altro giorno Silvio Berlusconi - "passerò alla storia". E Matteoli con lui, s'intende. Dal canto suo, l'onorevole Sandro Bondi ha debuttato davanti alla commissione Cultura della Camera con una audizione da maratoneta durata oltre cinque ore. Ha cercato di "volare alto" per evitare le secche della difficile situazione finanziaria. Ha detto una cosa importante: non retrocederà dal Codice Rutelli per i beni culturali e il paesaggio al più debole e ambiguo Codice Urbani sulla stessa materia. Bondi condivide "pienamente il pensiero del professor Salvatore Settis" secondo il quale il nuovo Codice è "un importante passo avanti nell'attuazione della Costituzione repubblicana. Può esserlo. Dipende da noi". Il neo-ministro si è pure detto impressionato da "città devastate dalla bruttezza e dal degrado" : "la bruttezza e il degrado generano violenza. Per questo dobbiamo investire nella bellezza". Sante parole. Come quelle in cui Bondi assicura che avvierà una collaborazione con le Regioni "mediante l'inserimento di più specifici contenuti prescrittivi e mediante la redazione di nuovi piani paesaggistici". Ma, come ha già notato su questo giornale Stefano Miliani, tanta buona volontà deve fare i conti con ... Tremonti e con la manovra finanziaria che, secondo il "Sole 24 Ore" di giovedì 5 veleggia "verso i 35 miliardi", da coprire riducendo anche le spese, già quanto mai asfittiche, destinate ai Beni e alle attività culturali (Bondi ha riconosciuto che per queste voci fondamentali spendiamo appena lo 0,28 per cento del bilancio dello Stato, cioè 2,3 miliardi di euro, ponendoci "agli ultimi posti tra gli Stati europei"). Per compensare infatti il taglio dell'Ici, il ministro dell'Economia ha tolto ai Beni culturali 4,9 milioni di euro e altri 7,7 ne sottrarrà ai fondi speciali. Il taglio più contraddittorio e più pesante riguarda tuttavia proprio il paesaggio sul quale le intenzioni del neo-ministro sembrano così incoraggianti. Dalle parole ai fatti il clima cambia: sinora è confermata la cancellazione dei 15 milioni all'anno per un triennio che Rutelli aveva destinato all'abbattimento di "ecomostri", dalle torri del Villaggio Coppola a Pinetamare al grande scheletro cementizio dell'isola ligure di Palmaria, e via elencando. Se così fosse, saremmo davvero alle beffe. In tanta austerità - che rischia di bloccare del tutto la già zoppicante macchina del Ministero nelle "ordinarie' attività di tutela e di restauro (ci sono Soprintendenze dove sono già finiti i soldi del 2008 per francobolli e telefoni) - spunta l'idea di un nuovo direttore generale (ce ne sono già una quarantina al MiBAC) il quale, secondo Bondi, dovrebbe fungere da super-coordinatore dei 3.500 musei italiani. Un grande manager con relative stock options? Un iperdirettore di musei pescato non si sa dove? Per spremere più introiti da biglietti e ingressi, forse. Che non è il compito dei musei per buona parte gratuiti proprio per la fondamentale funzione culturale ed educativa che essi svolgono. Ma anche all'onorevole Bondi, ahimé, piace molto l'identificazione cultura-turismo culturale. Che invece sono cose diverse: l'una è la "materia prima", che ha valore in sé aldilà dei ricavi che se ne possono trarre, e l'altro è uno degli utilizzi della medesima. Così si rischia invece di ridurre tutto a mercato. E poi, i musei statali sui quali il Ministero potrebbe agire sono un quinto di tutti i musei italiani anche se, in più d'un caso, risultano i maggiori. Ci sono infatti i musei comunali, prevalenti al Centro-Nord (dai Capitolini al Castello Sforzesco, dai genovesi Palazzo Rosso e Bianco all'Archeologico di Bologna, a tutti i musei bresciani). Poi vengono i Diocesani, gli Ecclesiastici ormai più di 600. Un coordinamento nazionale sembra francamente arduo e problematico. A meno che non si debba recuperare qualche supercritico specialista in comunicazione oggi in panchina dopo aver cercato, invano per ora, di salire in Campidoglio. Mentre l'attuale, stimato direttore generale del MiBAC, Giuseppe Proietti, mi risulta ancora in attesa di riconferma.
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