L'insediamento al ministero dei beni culturali di Sandro Bondi è stato accolto con molte aspettative persino da alcuni esponenti della sinistra. Colgo l'occasione per rivolgere qualche consiglio al nuovo ministro, dal mio osservatorio privilegiato. L'esperienza di tanti anni di lavoro nell'amministrazione statale dei Beni culturali mi induce, oggi, all'amara conclusione che nel ministero vi sia troppo potere, decisionale e gestionale, che non discende affatto da un patrimonio di credito e valori, di conoscenze e competenze, insomma da quell'autorevolezza delle idee e delle persone che, appunto, deve costituire il presupposto dell'autorità, intesa nel suo significato più esteso. Come funzionario del ministero e rappresentante del sindacato Ugl, ho sempre evidenziato le conseguenze di questa situazione. Pochi esempi significativi: l'approssimazione della recente riqualificazione del personale, organizzata in modo maldestro, difforme sul territorio, senza piena garanzia di controllo ed equità; una riqualificazione risoltasi in una «caduta a pioggia» della progressione di carriera, incapace, perciò, di valorizzare meriti e professionalità. La mancanza di una pianta generale del personale sulla quale modulare la distribuzione degli esiti della riqualificazione. La privatizzazione di attività culturali senza regole comuni e chiare su tutto il territorio, facendo così spesso prevalere il profitto sulla culturalità del bene. L'istituzione di nuove soprintendenze, clamoroso il caso di quella per i beni architettonici di Parma, prive di personale e risorse commisurate ai compiti affidati. Questi pochi esempi sono già sufficienti a rappresentare quali danni e difficoltà possa costituire un potere ministeriale poco autorevole e accorto nelle sue decisioni gestionali. Nel corso degli anni il ministero ha cambiato nome e, più volte, la sua stessa struttura organizzativa, inoltre ha conosciuto gli effetti negativi di un ripetuto spoil System, tali che, spesso, alcune nuove nomine di vertice hanno suscitato nei dipendenti la perplessa curiosità «chi mai fossero e donde saltassero fuori alcuni Carneade». A pagare, comunque, sono i Beni culturali e i dipendenti del ministero. I primi pagano la mancanza di programmi e di una piena, efficace tutela; i secondi, invece, vivono spesso nell'impossibilità di svolgere bene e appieno il loro lavoro, scontano il diffuso, mancato rispetto delle proprie mansioni, subiscono ancora l'inadempienza dell'amministrazione su taluni diritti contrattuali, sono costretti a una strisciante flessibilità d'impiego, infine soffrono, addirittura, la privazione della contrattazione decentrata o certe ingiuste iniziative distributive del salario accessorio. Naturalmente in tutto questo vi sono anche responsabilità dirette del sindacato che, dismesse le vesti dell'antagonista sociale, critico, ma propositivo, ha concertato pure con il ministero per i Beni culturali provvedimenti di esclusiva cogestione, stabilendo legami troppo stretti, condizionati ed equivoci con l'amministrazione. Anche per le organizzazioni sindacali, mi riferisco soprattutto alla triplice confederale, si pone urgente il recupero di un'autorevolezza e di una credibilità, adesso molto compromesse. Inoltre, conoscendo di più le realtà e le problematiche locali, sicuramente capiremmo come pure nel ministero per i Beni culturali siano incauti certi recenti giudizi generalizzati sugli «statali fannulloni». A questo proposito, dato che il ministro Bondi si è dichiarato confortato dal «sapere che i dipendenti di questa amministrazione rappresentano un corpo di eccellenza», mi auguro che il suo lavoro sia così incisivo da far finalmente emergere un elevato livello di esperienze e competenze, metodo e programmi, tale da ispirare fortemente nei cittadini la presenza di un ministero per i Beni culturali davvero autorevole e determinato.