TRENTO - Dolomiti trentine a rischio privatizzazione. Il patrimonio montano, boschi, malghe e pascoli, appartenuto per secoli alle comunità locali, potrà essere venduto. Il diritto d'uso civico, che tutela terreni e fondi collettivi dagli appetiti di lobby affaristiche, sta per essere smantellato. Imprenditori del turismo invernale (che vogliono nuovi impianti e canoni d'affitto ridotti per le piste), imprese estrattive e costruttori hanno fatto bingo. Lorenzo Dellai, presidente di centrosinistra (senza Prc) della provincia autonoma, si è mostrato sensibile alle loro esigenze. Se a Roma la legge che consente di mettere le mani sugli usi civici è ancora in discussione, in Trentino è cosa fatta. Dellai ha varato la normativa il 13 marzo 2002 e quest'anno il regolamento applicativo. Dietro al paravento di una riorganizzazione, la giunta provinciale mette la museruola agli usi civici, condannandoli a morte per consunzione. E così sviluppo indiscriminato e speculazione potranno aggredire la montagna. In Trentino la cura e l'utilizzo comunitario di boschi, campi, pascoli e malghe è affidata da otto secoli all'antichissima istituzione delle «Regole», dagli anni 30 trasformate in «Amministrazione separata dei beni d'uso civico», Asuc. Il 70 di tutto il territorio provinciale trentino è tutelato dall'uso civico. I fondi non sono di proprietà statale né comunale ma appartenenti alla comunità locali, paesi o frazioni, che in maniera autonoma decidono come «regolare» l'utilizzo di boschi (legna per riscaldamento o da costruzione), prati (pascoli), malghe e alpeggi (allevamento), suoli (attività estrattiva). Possono anche affittare a terzi i fondi (per le piste da sci, ad esempio) senza venderli, poiché sono terreni di proprietà indivisa. Per secoli l'amministrazione dei beni collettivi, affidata ai capifamiglia, ha svolto un ruolo di solidarietà all'interno della comunità. Negli ultimi decenni è diventato uno strumento di tutela ambientale. In Trentino sono 98 le Asuc (su 223 comuni) e rispetto al resto d'Italia tutti i loro fondi sono regolarmente intavolati fin dal XIX secolo, quando fu istituito il Tavolare sotto il governo austroungarico. Dellai, rieletto lo scorso ottobre, vuole togliere il governo del territorio alle Asuc per affidarlo ai comuni, più malleabili e vicini agli interessi degli imprenditori. Introduce perciò il principio di vendita dei beni collettivi in nome di un uso pubblico in senso lato (prima si potevano alienare soltanto in casi straordinari e in permuta, lasciando così intatto il patrimonio). Impone poi alle Asuc una burocratizzazione asfissiante, costi maggiori e un assillante sistema di controlli e autorizzazioni da parte di provincia e comuni. Cosa che indurrà gli amministratori, tutti volontari, ad abbandonare progressivamente le Asuc. La polemica divampa da mesi. Contro la legge si è schierato l'associazionismo, anche cattolico (curia in testa) e il centrodestra. Nicoletta Aloisi, presidente dell'associazione che riunisce le 98 Asuc, ha fatto ricorso al Tar per far dichiarare incostituzionale la legge. A giorni si attende la sentenza. «Con la legge si aprono le porte alla speculazione», dicono Aloisi e l'avvocato Mauro Job, che ha redatto i ricorsi. «E che gli interessi di altri stiano alla base di questa legge lo testimonia l'articolo con cui la provincia impone i prezzi massimi d'affitto dei terreni per le piste da sci: inferiori a quelli di mercato».