Per un capolavoro che si recupera, tanti altri restano purtroppo «desaparecidos». Ed è ormai diventata una gioiosa liturgia quella che si appronta ogniqualvolta un'opera d'arte o un pezzo perduto del nostro patrimonio culturale viene rintracciato in qualche base d'asta e riportato a casa. Oggi è il momento di gioire per il bel «Crocefìsso» d'avorio di Canosa (XII secolo), bloccato in Francia mentre era stato messo in vendita e offerto allacifraditre milioni dì euro (ne ha parlato ieri sul giornale il nostro inviato Paolo Pinnelli). Mesi fa, tutta la nazione aveva ammirato, con successo di pubblico, i tanti capolavori antichi, riportati in Italia dai musei d'America e mostrati in Quirinale nella esposizione intitolata «Nòstoi», che in greco significa appunto viaggi di ritorno a casa. Tra le prestigiose opere «ritrovate» - insieme al favoloso cratere di Eufro-nio del VI secolo avanti Cristo, alla maschera d'avorio deinsecoloa.C.,alla statua di Vibia Sabina, consorte dell'imperatore Adriano (II sec.) e altre ancora -spiccava, come pezzo d'eccezione, il gruppo marmoreo raffigurante due grifoni che divorano una cerva: la pietra, che conserva ancora l'antica dipintura, era un «trapezophoros», cioè la base per una tavola cerimoniale. E proveniva dalla Puglia, precisamente da Ascoli Sa-triano. Faceva, fino a pochi mesi fa, bella mostra di sé nel Getty Museum di Malìbu. La Puglia - si sa - è, insieme al Lazio, la regione più depredata del proprio patrimonio d'arte. Soprattutto se si guarda al mercato clandestino dei reperti archeologici. Tombaroli e cercatori illegali rovistano le viscere della nostra terra e fanno incetta di vasellame e di altri oggetti, che vanno a ornare e arricchire i più grandi musei del mondo. Improba è la lotta per impedire U dissanguamento, che affligge - paradossalmente - non solo i siti archeologici, ma anche i musei. Come non ricordare i circa cento reperti rubati a Bari in Santa Scolastica nel 2005? Nell'erigendo museo provinciale essi erano stati selezionati (dal vasto repertorio tutto inscatolato) per costituire una piccola mostra sulla «Bellezza nell'antichità»: erano dunque gioielli, vasi, ampolle, e oggetti per la cura del corpo; sicuramente vi facevano parte degù' spilloni d'argento da Valenzano, preziosissimi perché erano del VI secolo a. C. e perché avevano rare iscrizioni greche. Da allora non se ne è saputo più nulla. E non ci stupiremmo se un giorno riaffiorassero in qualche bottega antiquariale della Svizzera, che sembra essere il punto di smercio dell'arte rubata. In Svizzera d'altronde è apparsa alcuni mesi fa addirittura una stele daunia, una delle celebri lastre funebri che punteggiavano il territorio antico della Capitanata; e divenute oggetto del mito, perché ritenute pietre piantate dall'eroe greco Diomede come segnacoli per rivendicare il suo territorio; stele in forma umana che - gettate a mare - ritornarono di nuovo nel punto d'origine, magicamente. E così vorremmo che tornassero, magicamente, tutti gli altri oggetti rubati. H catalogo della refurtiva sarebbe immenso. Dal Museo Jatta di Ruvo manca all'appello l'intero monetiere, scomparso agli inizi del Novecento e mai più ritrovato. Le monete d'altronde sono gli oggetti del patrimonio antico più appetibili, perché facilmente trasportabili e commerciabili con consistenti guadagni. Lo sa anche 0 museo di Matera, sottoposto recentemente a un controllo per verificare quanto della collezione numismatica sia stato rubato e manomesso. Insomma una dispersione senza fine, che coinvolge casi ecla-tanti come la introvabile tela del Cozza, «La Madonna del cucito», scomparsa dalla chiesa di San Bernardino a Molfetta, ma anche semplici arredi liturgici. Nel 2007, la media della ruberia nazionale è stata calcolata sui tre furti al giorno. E l'elenco dei capolavori rubati, istituito dai carabinieri, annovera ormai una schedatura di oltre 2milioni e 700mila opere trafugate. Ma più dei musei sono le chiese a essere prese d'assalto. H «Crocefisso» di Canosa è il caso di attualità. Tuttavia, come è stato ricordato, con il prezioso oggetto scomparvero nel 1983 anche altri, tra cui il busto argenteo del santo patrono Sabino. Sarà un caso, ma in quegli stessi anni ci fu una morìa di santi patroni: a Taranto fu rubata dal duomo la statua argentea di San Cataldo, mentre nel dicembre dell'83 fu trafugato ad Andrìa il busto argenteo di San Riccardo (e con esso la statua «bizantina» della «Madonna dei miracoli» e un argenteo «Gesù alla colonna»...). Oggetti di rapina, però, non sono soltanto quadri, statue, reli-quiari, oreficeria, ma anche codici liturgici, specie se miniati. Nel 2002, il domenicano Gerardo Cioffar i, pubblicando per Laterza il volume II inondo fantastico del Medioevo nei codici liturgici della. Basilica di S. Nicola confinava in una noticina la notizia più intrigante: la sparizione di un prezioso «Evangelario». La noticina svelava «in codice» il mistero: «Perduto intorno al 1970 durante un riordino eseguito da Graziano Bellifemine e misteriosamente venduto da un antiquario barese, il codice è stato recentemente ritrovato mentre stava per essere venduto dalla Sotheby di Londra. Ho tempestivamente informato i rappresentanti della Sotheby che hanno bloccato la vendita. L'attuale possessore vive a Mosca e mi ha contattato telefonicamente. Si spera in una soluzione positiva della vicenda e nel ritorno del codice al suo naturale proprietario». L'augurio del domenicano si è avverato. Grazie al «piccolo zar» Vladimir Putin che provvide a comprare l'«Evangelario» per regalarlo direttamente alla Basilica nel 2003. Non c'è tuttavia sprovveduto che, leggendo quella noticina, non abbia collegato certi «riordini» con certe «perdite»! H nome di monsignor Bellifemine, molto colpevolmente sussurrato nelle sacrestie delle cattedrali pugliesi (soprattutto Monopoli e Molfetta), doveva a distanza di pochissimo tempo riapparire sotto una luce nefasta. Nel caveau di una banca fu trovato un «tesoro», con oggetti che il solerte studioso di storia ecclesiastica pugliese aveva rastrellato e lasciato ai suoi eredi. E riemerse allorché al Castello svevo di Bari, nel maggio 2005, il Nucleo Carabinieri per la Tutela del Patrimonio culturale, diretto allora da Michele Miulli, allestì una mostra con il titolo «La memoria ritrovata». In cui si esibivano dipinti, vasi, codici, statue, in gran parte di origine religiosa, che erano la meravigliosa refurtiva recuperata. Non mancava lo zampino del monsignore, n quale aveva - a quanto pare -provveduto a staccare da un «Antifonario», custodito a Polignano a Mare, tre fogli miniati nel 1442 da Johannes Anglicus per commissione del vescovo Raone di Lecce, il cui stemma è ripetuto in ogni pagina. Le miniature raffiguravano la Pentecoste, la Natività, l'Assunzione e la Trinità come la dipinse Masaccio (e la ripropose qui in Puglia anche Stefano da Putignano in pietra). Capolavori che stavano per essere messi all'asta da Semenzato a Milano.