Uno Juvarra "alla Camilleri" scriveva al sovrano che voleva "addisegnari un edificiu a forma di conchiggia", mentre gli era riuscita "una scatola di scarpe" Vittorio Amedeo II non aveva proprio un bel carattere e così con Filippo Juvarra non furono sempre rose e fiori. Nemmeno quando il sovrano affidò allarchitetto di corte, che aveva fatto venire Torino dalla nativa Sicilia per affidargli la costruzione della nuova capitale, il palazzo degli Archivi. Su un rapporto complesso e controverso indaga la mostra a cura di Marco Carassi «Committente e architetto: direttive e libertà progettuale. 1730-31: Filippo Juvarra progetta i Regi Archivi di corte» che apre oggi al pubblico nella sede dellArchivio di piazza Castello. Al secondo piano del palazzo carte, disegni, documenti, modelli, registri contabili ricostruiscono le fasi di costruzione di un edificio voluto dal sovrano da quando nel 1713, in seguito al Trattato di Utrecht, diviene re di Sicilia. Bisogna «conoscere per governare», ecco allora la necessità di raccogliere in luogo apposito carte, documenti, inventari e di creare una stretta collaborazione tra diplomatici, segretari di stato e archivisti. Dai libri contabili esposti si viene a sapere che lArchivio, realizzato a tempo di record tra il marzo e il novembre 1731, è costato 62 mila lire. Ancora dalle carte (tra queste il testamento di Juvarrra, che chiedeva di essere sepolto a Superga: le sue spoglie si trovano invece in terra di Spagna, dove morì) si scopre che il sovrano fece sottoscrivere un giuramento di fedeltà al suo architetto preferito. Il cui estro creativo fu sottoposto a continui vincoli, urbanistici e anche economici. Cè un siparietto curioso in mostra: in un pannello illustrato Juvarra confessa al re, in un siciliano «alla Camilleri», che lui avrebbe voluto «addisegnari un edificiu a forma di conchiggia», ma il suo lavoro gli pare invece «una semplice scatola di scarpe» (lunedì-venerdì 10-18, sabato 10-19, domenica 15-19, info 011540382).