UN CONVEGNO E UN LIBRO DELL'OSSERVATORIO IMPRESA E CULTURA PER CHIEDERE MENO TASSE In Italia l'aliquota (20) è la più alta d'Europa; in Francia si ferma al 5,5 «Da noi non mancano alcune buone leggi ma sono poco applicate» Le aziende vorrebbero investire di più nel settore, lo Stato non le incoraggia Luigi Grassia L'Italia dei secoli d'oro è stata il paradiso dei nobili mecenati, cioè di quei principi che un po' per sincero amore dell'arte e un po' per desiderio di gloria legavano u loro nome alla produzione di quadri, sculture e palazzi proteggendone e sovvenzionandone gli autori. Oggi esistono moderni prìncipi ugualmente ben disposti a finanziare l'arte, e per ragioni quasi identiche a quelle dei loro predecessori: sono le imprese, con i loro budget a volte assai consistenti destinati a questo settore cosi vitale per la loro immagine (e a volte pure per il loro portafoglio, visto che l'arte è anche investimento). Ai giorni nostri, l'accento si è spostato dalla produzione di opere nuove alla tutela e alla valorizzazione di quelle che già ci sono, cioè del gigantesco patrimonio che l'Italia ha ricevuto come eredità storica; lo Stato, sopraffatto dall'enormità del compito, dovrebbe (in teoria) spalancare le braccia a chi voglia farsene carico, e invece, a sorpresa, preferisce (troppo spesso) mettere i bastoni fra le ruote; molte aziende rinunciano agli investimenti culturali perché temono di impelagarsi in contenziosi tributari. Un convegno e un libro sono stati dedicati a un aspetto specifico della questione, cioè «La defiscalizzazione dell'investimento culturale»; il volume è a cura dell'Osservatorio impresa e cultura ed è edito da Sipi (Roma); il convegno si è tenuto di recente a Milano, organizzato da Arte Fiera Bologna. Sia chiaro, è giusto che il pubblico si preoccupi che il patrimonio artistico non venga abbandonato a una privatizzazione selvaggia; ma pur tenendo conto di questo, siamo sicuri che si tuteli qualche interesse pubblico se in Italia sull'investimento in opere d'arte grava un'aliquota del 20 e in Germania del 7, in Gran Bretagna del 6 e in Francia del 5,5? È assurdo immaginare che chi investe in cultura da noi possa usufruire di benefìci fiscali paragonabili a quelli offerti da altri Paesi? Osserva ad esempio Cesare Annibaldi che «solo nel 1985, con la legge 512, si è introdotto un provvedimento che prevedeva la possibilità di detrazioni fiscali nel campo dei beni culturali», tuttavia «non ne è mai stato emanato il regolamento applicativo». D'altra parte non sono mancati fatti positivi recenti, come la legge 3242000 che «malgrado i suoi limiti (come quello di riguardare solo le erogazioni e di comportare una forte macchinosità del suo funzionamento) può dare un apporto positivo a condizione che ne venga stimolata l'applicazione con una forte comunicazione», dal momento che molte imprese «non ne conoscono l'esistenza e quindi non sanno che comporta la piena deducibilità delle erogazioni». Un altro problema, ma figlio delle stesse difficoltà, è la forzata dispersione degli interventi culturali delle imprese, che faticano a comporsi in un quadro unitario; fra i gruppi italiani che investono in cultura (e decine di essi non sfigurano rispetto ai migliori esempi stranieri) tende per forza di cose a prevalere una logica «fai da te», secondo cui, dice il direttore scientifico dell'Osservatorio impresa e cultura Pier Luigi Sacco, «l'impresa lancia e gestisce un proprio progetto reclutando competenze tecniche e professionali nell'ambito culturale, ma ha difficoltà a entrare in dialogo costruttivo con le grandi istituzioni culturali del nostro Paese», scoraggiata e spesso intimorita dalla complessità e dai vincoli che ne caratterizzano l'azione; infatti «i tempi lunghi e incerti della cultura pubblica non si addicono alle scadenze pressanti e al bisogno di certezza dell'impresa». Una situazione completamente diversa da Usa e Gran Bretagna e anche dai principali Paesi dell'Europa continentale.
Fisco e burocrazia soffocano il mercato dell'arte
L'Italia ha un'aliquota del 20% per l'investimento in opere d'arte, la più alta d'Europa. Le aziende preferiscono investire in cultura, ma il governo non le incoraggia. Il patrimonio artistico è in pericolo di abbandono. Un convegno e un libro hanno discusso della defiscalizzazione dell'investimento culturale. L'Italia ha leggi per favorire l'investimento in cultura, ma non le applica bene. Le aziende hanno difficoltà a entrare in dialogo con le istituzioni culturali. L'Italia è diversa dagli Stati Uniti, Gran Bretagna e Paesi europei. L'Osservatorio impresa e cultura ha discusso della situazione.
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