Radici. Lautore partenopeo racconta il teatro come necessità di espressione e sopravvivenza là dove manca lo spazio Il teatro è la più libera e democratica delle arti. Basta una pedana, e nemmeno quella, anche allaperto. Si svolge al momento, come la buona cucina, lazione è calda e viva davanti ai presenti. Può occuparsi di attualità, pure quella del giorno. Il teatro di Dario Fo, per nominarne uno, raccontò la più verosimile versione della morte violenta di Giuseppe Pinelli, anarchico entrato vivo e uscito morto dalla questura di Milano, nel dicembre del 69. Il teatro inventa il fuoco, il mare, il terremoto con un gesto e una sillaba. È contatto fisico, il corpo dellattore soffia, sbuffa e sputacchia a pochi passi. Questo mi spiega perché Napoli brulica ancora di teatri. Centra anche la densità dei corpi in poco spazio. Quando si sta stipati, si sviluppa una mimica totale che serve a esprimersi nella ressa e nella concitazione delle voci. Nel fitto si impara a farsi intendere con mosse, muscoli facciali, parole da spingere in mezzo a quelle degli altri, brevi, esatte. Napoli assomiglia a una perpetua seduta di Borsa dove gli addetti si sbracciano a segnalare numeri e ordini da afferrare al volo. La mancanza di spazio e di agio allena a esprimersi con il corpo intero. A sostegno di questa buffa tesi personale, del teatro connesso alla densità urbana, alla calca della polis, cito solo il teatro yiddish. La città più colma di teatri nel '900 fu Varsavia, concentrato dellespressività scenica ebraica, crepitante di volontà di rappresentazione. Nella sua ora peggiore, quella del ghetto sigillato, il teatro continuò a mandare le ultime scintille di consolazione per un pubblico destinato ai carri merci diretti a Treblinka. A Napoli il teatro è stato necessario. Spremeva succo dalla vita che si svolgeva intorno, ovunque, specie in strada rubava le scene. Quando due litigano, da noi si dice: «Stanno facenno llopera». Subito intorno si raduna un pubblico di pronta presa e competente che giudica gli interpreti e li incoraggia a proseguire prendendone le parti. La folla buongustaia di sceneggiate ne rinnova il repertorio a ogni occasione. Se uno litiga deve saperlo fare ,«sadda. sape appiccica», se no ha torto in partenza. Teatro allaperto è per forza il mercato, dove è affollato il banco, e fa i migliori affari, chi meglio interpreta la parte del commerciante, anche se la sua merce vale poco. Perfino il lutto obbedisce allobbligo di rappresentarlo. Perciò a Napoli il teatro è stato eccellente, il comico, il tragico, il varietà, lavanspettacolo. Traboccava di maestranze specializzate e di giudici intenditori. A fianco del capocomico era schierata una linea di strepitosi interpreti di caratteri, figure, macchiette. Già con Di Giacomo, Viviani, Scarpetta era travolgente, prima di sfociare nei tre De Filippo, vertice insuperabile dellarte recitata. Il teatro ha resistito, insieme al libro, allusura potente della modernità. Cinema, televisione e altri passatempi nuovi non hanno svuotato sale nè scaffali. Cè posto ancora e sempre per la parola scritta, detta e portata in braccio tra i presenti, seduti al buio dentro una sala in cui sapre il sipario.