Milano. "No, Bottai non l'ho mai conosciuto, per questioni anagrafìche, troppo piccolo anche per mettermi la divisa da Balilla, non ci sono mai riusciti", ricama con la consueta ironia Lino Jannuzzi, da qualche giorno negli abiti nuovi di portavoce del ministro dei Beni culturali, "solo nel '38, quando Hitler venne a Napoli, mi misero l'uniforme e mi portarono su via Caracciolo. Ma fu l'unica volta". Niente accostamenti dunque con Giuseppe Bottai, il "fascista critico", il governatore di Roma, il ministro delle Corporazioni nonché dell'Educazione nazionale, iI mussoliniano della prima ora, e anche poi dell'ultima, ma sempre sul filo dell'eresia teoretica, sempre più a suo agio nel mondo della cultura che in quello delle parate, che pure non disdegnava. Però, per certi versi, il paragone un po' futurista tra Bottai e Sandro Bondi lo si può fare, Bondi fedelissimo del Capo che però rivendica l'annessione di don Milani; ma ancor più, secondo Jannuzzi "Bondi è il fedelissimo di Berlusconi che però lo interpreta nella sua chiave originaria, quella per cui l'ha seguito: la rottura dei vecchi schemi politici, il liberismo non solo per gli spot in tv ma anche nel mercato delle idee. Lui interpreta quel berlusconismo". E secondo il portavoce amico e compagno d'avventura politica, "Bondi nel nuovo clima che si è creato è il predestinato a fare ottime cose; in virtù della congiuntura favorevole, della sua cultura e della sua attitudine a dialogare, a costruire rapporti", E Bottai? Ci fosse, un ministro con la caratura di un Bottai. In un ministero a lungo negletto nella storia repubblicana, ridotto alle funzioni taglia-nastri e dividi-prebende, una tempra d'intellettuale, un talento da organizzatore (e non solo di "eventi") servirebbe davvero. Ma bisogna prima ricordarsi del vero Bottai, "Fu il grande protagonista dell'interventismo della cultura nella politica; ma fu anche il grande protagonista dell'interventismo dello stato nella cultura", sintetizza Duccio Trombadori. "Bottai fu l'uomo della stagione futurista, ma anche l'uomo di collegamento tra la cultura e la politica. Protagonista del tentativo di portare le forze della cultura più giovane, più aperta, più vivace, nelle istituzioni. Ma allo stesso tempo, fu anche il protagonista di un grande intervento dello stato nella cultura. Fu Bottai ad attuare la grande risistemazione del patrimonio culturale, con innovazioni, con interventi mirati, con leggi ad hoc. Ha creato l'Istituto centrale del restauro e la Quadriennale d'arte di Roma, ha contribuito alla nascita della Mostra del cinema di Venezia". Per Trombadori, che pure sottolinea che nella storia dì Bottai, come di nessun altro, non si può dividere "un prima e un dopo, il Bottai della cultura da quello esecutore puntiglioso delle leggi razziali", bisogna però dare soprattutto il giusto apprezzamento al "fascismo liberale" di Bottai. Fu questa sua personale interpretazione del fascismo che "gli permise di sostenere sempre il potere e l'indipendenza della cultura. Bottai rifiutò sempre di usare l'arte per 'suonare il piffero della rivoluzione'. Fin dal 1926 del famoso dibattito 'Esiste l'arte fascista?' su Critica fascista, a cui partecipò il meglio della cultura italiana". Inoltre, Bottai è stato un difensore dell'arte italiana, anche mettendola preventivamente al sicuro dai rischi .predatori della guerra. "Ma ha sempre inteso la cultura italiana in senso universalistico, di modernità". In questo senso, per saltare all'oggi, secondo Trombadori "il bottaismo nobilmente inteso è un perfetto insegnamento per un ministro che voglia sostenere un'idea liberale della cultura ". L'immagine dì un ministro organizzatore virtuoso è condivisa anche da Giordano Bruno Guerri, studioso e biografo di Giuseppe Bottai, sostenitore della figura di Bottai "fascista critico" (sua la lunga prefazione a "yent'anni e un giorno", i diari di Giuseppe Bottai appena pubblicati dalla Bur). Per Guerri "fu un grande organizzatore della cultura, e mi sembra che gli esordi ministeriali di Bondi, con tutte le cautele necessarie nel caso dei paragoni impossibili, siano indirizzati sulla buona strada". Prosegue Guerri: "Bondi è senz'altro una persona pregevole per cultura, e rispettabile per il suo percorso. E' un uomo aperto, sta dimostrando di avere un atteggiamento inclusivo, e non esclusivo, nei confronti di tutti i settori della cultura. E in ciò fa bene, perché la cultura non è mai di una parte. Del resto, è un atteggiamento analogo a quello che Bottai mantenne sempre: non dimentichiamo che fu anche il difensore degli Alicata e dei Vittorini. Li difese proprio in quanto antifascisti". Ma oggi serve, aggiunge Guerri, anche "un'economia della cultura, dalla valorizzazione del patrimonio alle donazioni deducibili. Ricordiamo la famosa legge del 'due per cento' voluta da Bottai per finanziare l'arte anche attraverso la spesa pubblica".