Lo studio di un antropologo e di un sociologo sul futuro di Chinatown Bressan: «Ma bisogna che il Comune ricominci a governare i processi urbanistici. E' miope credere che siano problemi di ordine pubblico» PRATO. Un'enclave di giovani che vive giorno e notte. Vitale perchè vissuta. Da una molteplicità di razze: italiani, cinesi, mediorentiali. Che in quel pezzo di città portano ciò che hanno: la creatività. E allora aziende di confezioni che convivono con il commercio etnico. Bar, ristoranti, botteghe che servono un popolo senza orari e poi laboratori, centri d'arte, associazioni di studenti. Un caos governato, un incubatore di novità e vivacità. Anche culturale. Non è un esercizio di fantasia. E' ciò che il Macrolotto Zero potrebbe diventare secondo due intellettuali, un antropologo e un sociologo, Massimo Bressan e Andrea Valzania, che su quel pezzo di città hanno speso tempo, ricerche e indagini che hanno portato alla redazione di due studi e di un terzo di prossima pubblicazione. Basta leggerli. «Il Macrolotto zero - spiega Bressan - tutt'ora restituisce l'identità forte di Prato». Per la qualità del lavoro che non finisce mai, come accadeva nella filiera del dopoguerra, del boom economico e fino agli anni Novanta. Per quella sua struttura così particolare di città-fabbrica «che mantiene e rafforza i legami del clan familiare». E' questo il punto di partenza dell'antropologo Bressan che nelle sue indagini sgombra il campo da alcuni luoghi comuni. «E il primo - spiega - riguarda la tentazione di attribuire la colpa a qualcuno della presenza di cinesi al Macrolotto zero». Cinesi, colpa di chi? Risposta: di nessuno. «La comunità cinese - spiega Bressan - ha occupato quegli spazi che i pratesi avevano lasciato liberi». Secondo la ricerca pubblicata nel 2006 «sono stati i processi di riorganizzazione produttiva della filiera tessile a produrre, dalla metà degli anni Ottanta, l'abbandono di numerosi edifici a destinazione produttiva». Fenomeno che ha interessato particolamente l'area del "borgo di via Pistoiese". Parallelamente la "migrazione" ha riguardato anche la residenza. «Confrontando i dati del censimento 2001 con quelli anagrafici del 2006 - continua l'antropologo - abbiamo riscontrato che le case che i pratesi non volevano più sono state occupate dagli stranieri. Che hanno utilizzando gli strumenti del mercato». Niente case popolari dunque: solo un 5 complessivo delle comunità straniere vive negli edifici Peep, nessun orientale. La questione segregazione. La comunità cinese si è ammassata nell'area ovest di Prato che aveva già sopportato la cavalcata edilizia (tra gli anni '60 e '70, l'80 della capacità edificatoria era già stata sfruttata), trasformando il Macrolotto zero in quella "città accampamento" - che oggi ha una densità abitativa di 6.100 abitanti per chilometro quadrato, come quella di Milano, contro i 1.900 della media cittadina - «che non è il frutto di un'azione pianificatoria - scrive Bressan - ma al contrario una conseguenza della carente azione pubblica e delle prevalente iniziativa privata». Una delle conseguenza dello spostaneismo urbanistico e di funzioni nel Macrolotto zero, è stata quella di favorire «una situazione di segregazione - aggiunge l'antropologo - che in termini sociologici significa l'assenza di permeabilità: quando le comunità non mescolano relazioni». Secondo l'indagine di Bressan, sulla base di studi compiuti con indicatori statistici, la comunità cinese non risulta la più "segregata". Al primo posto c'è quella pakistana e solo al terzo la comunità del Dragone. «Segno che soprattutto nelle seconde e terze generazioni - commenta - esiste la diponibilità a una maggiore integrazione». La galleria dei tazebao. Integrazione che può avvenire a patto che l'area a ovest del centro storico torni ad essere "terra di qualcuno". «Certamente quello che non serve - dice Bressan - è la costruzione di nuovi casermoni di cemento che mi sento di escludere il piano Secchi prevedesse e che semmai sono da attribuire al processo di approvazione dei piani di recupero di questa o della passata amministrazione». Secondo Bressan: «Sono assolutamente necessari, invece, spazi pubblici per fare in modo che le identità emergano, perchè nelle piazze si passa il tempo, si gioca, si legge, ma soprattutto ci si mischia». E se non ci sono, come accade nel Macrolotto Zero dove anche i marciapiedi sono di poche decine di centimetri, allora si inventano. Ed è ciò che accaduto nella "galleria dei tazebao", una sorta di tunnel privato, con due ali di negozi rigorosamente cinesi, che collega via Filzi con via Pistoiese. «E' uno dei ritrovi della comunità cinese - dice Bressan - una specie di ufficio di collocomento all'aria aperta per nuovi arrivati e dotato anche di servizi». Sì perchè al primo piano degli stabili che sovrastano la galleria, è stata creata la più grande scuola cinese di italiano frequentata da centinaia di persone. L'evidenza dei fatti. E allora tanto vale partire dall'evidenza dei fatti per tentare di recuperare ai pratesi la Chinatowm. «Che non credo sarà - continua Bressan - un quartiere destinato a persone di mezza età o alle famiglie. E' lì che bisogna portare i giovani: gli studenti del Pin, che ormai superano le duemila unità, quelli della Monash, che sono tanti. Ed è lì che bisogna portare il terziario giovane, quello tecnologico, quello creativo». Recuperando, però, le redini dello sviluppo. «Favorendo l'insedimento di attività commerciali non solo cinesi - aggiunge - portando servizi pubblici che facilitino l'integrazione e magari collocandoli dentro i capannoni dismessi, molti dei quali sono da preservare e non abbattere perchè costituiscono una delle caratteristiche identitarie dell'area; portando infrastrutture ideate sulla base delle necessità di quella particolare composizione sociale». Ed è anche così, secondo Bressan, che si attuano le politiche per la sicurezza. La sicurezza vien da sé. «Affrontare i problemi del Macrolotto cinese con la polizia municipale - dice l'antropologo - è miope e inutile. Si cominci a governare e la sicurezza verrà di conseguenza. Il Macrolotto zero - conclude - non è un problema di ordine pubblico ma di ordine urbano».