Chi oserebbe mai dar consigli ai futuri assessori alla cultura in arrivo a Roma e a Milano? Siamo certi che non ne avranno il minimo bisogno, che sapranno benissimo che cosa fare. Sia tuttavia consentita qualche minima, sommessa ipotesi su due o tre cose che non dovrebbero fare; anzi, che li supplichiamo di non fare in nessun caso, nemmeno sotto tortura o sotto la minaccia delle armi. All'assessore milanese suggeriamo sottovoce di non lasciarsi incantare dai dissennati progetti di "valorizzare" il Cenacolo di Leonardo con spettacolini di son et lumière, anche se firmati da Peter Greenaway. In un corpo a corpo fra Leonardo da Vinci e Greenaway, è lecito opinare, sarà Leonardo che valorizza Greenaway, e non viceversa. Diranno, al nuovo assessore, che per strappare il consenso del ministero gli otto o nove riflettori piùo meno psichedelici sono stati ridotti a tre o quattro, che la colonna sonora è stata abolita, che anziché per varie ore al giorno lungo svariate settimane la "valorizzazione" di Leonardo avverrà una tantum. Non si lasci ingannare: una sola profanazione è già troppo, e non solo perché la delicatissima Cena potrebbe risentirne, ma perché ambienti e opere d'arte storiche, in specie quando siano di tale qualità e fama, non devono essere umiliati a cornice per "performances" di qualsivoglia artista contemporaneo, fosse pure il più grande. Oltre che la dignità del Cenacolo, l'assessore dovrà (temiamo) sorvegliare con apposite rande di notte e di giorno anche quella del Duomo di Milano,per non dir altro, minacciata dall'ombra dei grattacieli. Dovrà forse ripassarsi le antiche e sag-ge normative dei Comuni di un tempo, che imponevano come altezza massima di ogni, edifizio nel territorio comunale quella della torre civica o della cattedrale (a Modena la Ghirlandina, a Siena la Torre del Mangia). Dovrà vegliare perché l'Expo 2015 non sia un'occasione, oltre che per il turismo e per le imprese, per nuove devastazioni del paesaggio urbano e periurbano, per gli speculatori edilizi di ieri di oggi e di domani (sempre gli stessi), che non brillano per sensibilità culturale né per comune senso del pudore. Quanto all'assessore romano, sussurriamogli pure di non abbattere l'Ara Pacis di Richard Meier. E vero, non era quella la principale urgenza della città di Roma, e quei milioni di euro si potevano spendere meglio altrove, e altrimenti. È vero, Meier ha riproposto nel cuore di Roma la formula architettonica del suo Getty Center, che portò il travertino nostrano a svettare su una collina in California, e che peraltro già "citava" architetture dell'Eur. Nell'Aia Pacis, insomma, Meier ha citato se stesso, quel se stesso che a Los Angeles citava una Roma nove-centesca. Ma se è lecito criticare le ragioni che portarono all'Aia Pacis come oggi è, l'assessore vorrà riconoscere che raddoppiare o triplicare la contestata spesa per ripristinare uno status quo ante (peraltro non eccelso) sarebbe peggio ancora. La maggior prova di virtù che attende il futuro assessore capitolino è però un'altra: resistere alla tentazione di fare a Roma un improbabile Museo della Città. Si sa, di musei di tal tipo è pieno il mondo. Servono, eccome: servono per raccontare storie che rischiamo di dimenticare, per ricucire gli sparsi resti del passato in città che ne hanno ben pochi da esibire (chi si ricorderebbe che Londra fu la romana Londinium senza un apposito museo?). Altra cosa è Roma: nessuna città al mondo ha una presenza archeologica così insistente, così imponente; una stratificazione di età così ricca, così eloquente. Confinare questa storia nello spazio di un museo (che comunque non potrebbe saccheggiare i Vaticani, i Capitolini, il Museo Nazionale Romano, la Crypta Balbi) sarebbe, lo diciamo con debita timidezza, mortificarla. Spendere male energie e risorse che dovrebbero andare altrove: per esempio a proteggere la Via Appia, bombardata da uno spietato abusivismo su cui il Campidoglio si è esercitato a chiudere gli occhi e a dispensar condoni. Per esempio ad arginare la proliferazione di sempre più squallide periferie (impudicamente etichettate come "centralità") che distruggono impunemente quel poco che resta dell'agro romano. Basta Roma a raccontare se stessa, ma spetta a noi proteggerla, lasciarle la dignità e la voce che ne hanno fatto per millenni la "città eterna". Se il Campidoglio si ostinasse a devastare acquedotti, vie consolari e necropoli, creando simultaneamente un museo della città, suggeriamo allora che per un tal museo si scelga la forma più opportuna: una foglia di fico. Un architetto ben disposto, siamo certi, si troverà.