L'assessore regionale Paolo Cocchi, ospite de l'Unità, ci ha raccontato i progetti di fine mandato Abbiamo ospitato in redazione l'assessore alla cultura della Regione Toscana Paolo Cocchi per parlare con lui dei nodi culturali del territorio. Cominciamo dall'attualità: alla fine il multiplex di Novoli è stato autorizzato. «Per quanto io abbia sempre cercato di restare defilato sulla faccenda so bene che adesso non me la posso cavare dicendo che era un atto dovuto, anche se lo era davvero. Secondo la legge regionale del 2004 la chiusura dell'Italia e dell'Aldebaran non poteva che autorizzare l'apertura della multisala per 1410 posti: questo è stato il parere del dirigente responsabile. Secondo me non è questione di un episodio, è necessario definire presto delle politiche contro la deriva di una distribuzione omologata che non lascia spazio ad un altro tipo di cinema. Intanto, abbiamo registrato la disponibilità dell'ingegnere Furnari dell'Immobiliare Novoli a discutere la gestione del multiplex, vista la sua contiguità con l'Università, con Comune e Regione. Sarò magari impopolare, ma per me la salvezza delle sale del centro storico non sta nell'opporsi alle multisale, bisogna inventarsi altro, come una programmazione di nicchia che proponga film di qualità di cinematografie meno conosciute. E accorparsi. Dispiace magari, ma l'immagine della coppietta che esce di casa e va al cinemino all'angolo è destinata a scomparire». Sul fronte della musica: Italia Wave è stato accusato di essere l'asso piglia tutto tra i festival. Qual è la politica della Regione Toscana in materia di finanziamenti? «Stiamo assistendo da qualche anno ad una esplosione del format del festival: ha incontrato i favori del pubblico e si presta alle contaminazioni del linguaggio contemporaneo. La Regione investe sui festival molto più che nel passato: 1,6 milioni di euro. L'anno scorso a Italia Wave furono dati 150mila euro, quest'anno saranno circa 50mila. Per avere un raffronto, a Pistoia Blues vanno 30mila euro, a Fabbrica Europa 140mila. Più che rispondere alle polemiche vorrei precisare che la Regione non è intervenuta su tutti i festival perché sono tantissimi, più di 60. Non possiamo dare i soldi a tutti. Attualmente ci sono tavoli di concertazione a livello provinciale, dove vengono esaminati i progetti meritevoli, noi interveniamo discutendo con loro. Quelli che meritano un contributo maggiore sono quelli che attivano processi creativi e formativi sul territorio, che sono portatori di nuove esperienze. Non riesco a caprie perché con i soldi pubblici si debba finanziare un concerto di Vasco Rossi, Peter Gabriel o Bob Dylan. Attraverso gli enti locali, dobbiamo capire se è possibile finanziare un numero minore di festival in misura maggiore. Ma questo passa attraverso alla rinuncia al principio territoriale - perché è chiaro che se scegliamo i più belli, potrebbero essere tre a Firenze, uno a Pisa e magari nessuno in un'altra provincia. E poi bisogna vedere se gli organizzatori sono disposti a farsi valutare in maniera oggettiva, accettando il giudizio». I finanziamenti ai festival sono un'anomalia italiana? «Non credo. I festival li hanno inventati all'estero, dove forse si tende di più ad individuare la vocazione reale di una città, che produce un tipo di specializzazione, e su questo si investe di più. Noi tendiamo di più al divertimento e alla frammentazione dell'offerta, che diventa sovrabbondante e crea squilibrio. Io non sono nemico degli spettacoli gratuiti in piazza, che a volte possono assumere un forte valore simbolico, è la distribuzione gratuita del divertimento che secondo me è un mestiere un po' complicato... Ma probabilmente, complice il clima e il carattere gaudente degli italiani, in estate c'è una grandissima richiesta, che altri Paesi non hanno». Qual è la spesa della Regione destinata alla cultura? «La spesa corrente, senza gli investimenti, si aggira sui 17 milioni. Spendiamo 1,7 milioni per le biblioteche, 2 per i musei, 1,4 per la promozione dei Beni Culturali, 1,6 per i festival e poi le altre voci». Nel bilancio della Regione la percentuale destinata alla cultura è dello 0,52 . Non le sembra un po' poco? «È troppo poco ma non sono tipo da alzarsi la mattina e chiedere soldi al presidente della giunta. A me piace ragionare di come si spendono quei soldi e di come se ne possono trovare altrove. Tempo fa mi occupai personalmente di tentare la strada dello scambio dei progetti finanziati tra le fondazioni bancarie: riunimmo le varie realtà cercando una trasparenza che premiasse la circolazione delle idee. Ma le caratteristiche della Toscana sono tali per cui quando si tratta di esprimere progetti comuni si fa fatica ad uscire dai propri gusci. E comunque il nostro obiettivo è arrivare ad una spesa per la cultura dello 0,55 ». Passiamo all'arte contemporanea: è il Pecci di Prato il suo centro per l'arte contemporanea? «La scelta di andare verso l'ampliamento del Pecci va in questa direzione, si raddoppieranno gli spazi trovando degna collocazione alla collezione permanente, aumentando gli spazi espositivi e ospitando al meglio i corsi dell'Accademia di belle arti. Si tratta di portarci più gente. Ma confrontare il budget di istituzioni come il Mart di Rovereto è sconfortante, qui non ci si sognano neppure certe cifre. Studiando i numeri poi si capisce che con 7 milioni di abitanti come ha il Veneto non puoi che fare di più rispetto ai 3 e mezzo che ne abbiamo noi». Il centro di arte contemporanea senese lascia le Papesse per trovare spazio al Santa Maria della Scala: un segnale di ridimensionamento? «Indubbiamente la rete toscana in materia di arte contemporanea è debole. C'è chi sostiene addirittura che sia il caso di lasciare il contemporaneo al privato. Io non la penso così e l'inizio dei prossimi lavori al Pecci, previsto per giugno, è un segnale della volontà di affrontare il problema. Con il Meccanotessile fiorentino - sul quale sono stati già spesi 14 milioni di euro dalla Regione e 9 dal Comune - che dovrebbe svolgere una funzione di formazione e specializzazione dei giovani artisti e magari anche con l'ex Quarter di viale Giannotti - ne è stato finalmente definito il bando per affidarne la gestione indicandone la funzione espositiva e divulgativa - il quadro complessivo, che conta anche Pistoia ed altri centri, sembra potersi arricchire». Anche il milione di euro alla Fondazione Strozzi per il prossimo trennio va in questa direzione? «Sì, anche in considerazione delle celebrazioni galileiane del 2009. Nonostante la scelta iniziale di non entrare tra i soci fondatori, con la Strozzina vogliamo stringere rapporti in vista di una maggiore partecipazione al Tavolo del contemporaneo che riunisce gli amministratori di Firenze, Prato e Pistoia». È ancora una buona idea quella di spostare il David? «Secondo me si, aspetto il momento giusto per rilanciare la proposta. Il problema del turismo sostenibile è una faccenda seria: stanno per arrivare 30, 40 milioni di nuovi turisti da Cina e India, dove andranno? Certamente Firenze sarà fra le mete di molti di loro. Siamo in grado di sopportarlo? Più ci penso e più mi viene in mente Al Gore e la sua battaglia sul riscaldamento globale: il tema, per quanto scomodo, anzi proprio per quello, va affrontato. Due sole, credo, sono le possibilità: o si chiude lo spazio del centro storico più investito dai flussi turistici, lo si considera un museo a tutti gli effetti e si danno pieni poteri alle soprintendenze, o si cercano vie per allentare la pressione. Rimango dell'idea che spostare il David non sia un'eresia. Quello che vorrei è che si cominciasse davvero a discutere il problema, si lasciasse perdere la retorica e si cercassero soluzioni, può anche darsi che non ci siano ma credo che sia necessario impegnarsi per trovarle. Ancora non si è riusciti a fare il biglietto unico per tutti i musei fiorentini...». La tassa di scopo potrebbe far fronte ai bisogni delle città d'arte? «Secondo me sì, molto meglio della legge speciale che sa di elemosina elargita da Roma e che, fra l'altro, non credo sarà mai approvata. I Comuni hanno bisogno di soldi per fare le cose, ha ragione Leonardo Domenici. Una città che ha 350.000 abitanti ma che viene "usata" da un milione di persone deve trovare il modo perché tutti contribuiscano alla sua conservazione». Parliamo di teatro: in Toscana lo Stabile è a Prato mentre a Firenze le sorti della Pergola paiono essere nuovamente ribaltate. Qual è il piano della Regione? «In realtà non c'è un piano preciso. Pare effettivamente che l'Ente Teatrale Italiano non dismetta più l'immobile della Pergola, che in ogni caso noi avevamo pensato come inserito in un sistema cultural-teatrale gestito insieme al Comune. Se a Prato resta la produzione, per la Pergola pensiamo alla formazione, con una scuola che abbia caratteristiche di un serio luogo di formazione, senza essere il palcoscenico per un istrione... L'importante sarebbe riuscire ad ottenere una sola cabina di regia, senza competizioni, ed un solo sistema teatrale toscano. Ma per cambiare la politica culturale occorre cambiare gli strumenti: l'idea è quella di arrivare ad un'unica Fondazione dello spettacolo, che assommi in sé l'attività produttiva - a Prato, con le sue diramazioni didattiche a Firenze - e il compito distributivo, attualmente svolto dalla Fondazione Toscana Spettacolo». Riassumendo a cosa punta il suo assessorato? «Ad un Testo Unico della cultura. Un programma che ci siamo dati come scadenza per la primavera del prossimo anno. Sarà un'occasione per ridurre le dieci leggi attuali in una legge unica regionale che regoli la materia: per esempio, la musica popolare, che attualmente è oggetto di una proposta di legge, potrebbe essere affrontata in questo contesto. E così la politica sui festival, le attività di formazione e gli altri filoni tematici. Se nel Testo Unico viene deciso che si finanzieranno i festival di produzione, per esempio, quello sarà un punto dal quale partire. Anche per la riorganizzazione del teatri saranno messi dei punti fermi. E poi dobbiamo riconsiderare le politiche degli istituti culturali regionali, altro grande tema. Vivono una vita sempre più stenta realtà come l'Accademia della Crusca e il Gabinetto Vieusseux». E poi? «Vogliamo introdurre il Pasl, che significa Piano di azione per lo sviluppo locale. Sostituirà i bandi, che sono uno strumento rigido e fotografano le cose in maniera statica. Gli investimenti fatti in cultura (dal 2002 ad oggi la Regione Toscana ha speso 450milioni) sono sempre andati a buon fine però il bando difetta nella capacità di leggere l'effettiva progettualità gestionale. Per esempio se il Comune dice che vuol recuperare un edificio e farci una biblioteca, resta difficile vedere se quella progettualità culturale è sostenuta da risorse reali. Non sempre si riesce a premiare quei progetti che hanno un software adeguato». Le cosiddette "cattedrali nel deserto" ? «Più o meno. Con il Pasl si può stringere il cerchio su un basso numero di progetti, selezionati dai nostri funzionari, per poi ragionarci tra Regione, Province e Comuni e vedere cosa c'è dietro ciascun progetto in maniera concertativa. Si deve fare in modo che la valutazione sul progetto sia il più possibile integrata con le altre linee di sviluppo del territorio e leggere ad esempio il progetto del Mugello nel contesto del Mugello». A cura di
l'Unità
25 Maggio 2008
CULTURA - Presto la legge unica per la cultura toscana
GI
Gianni Caverni
l'Unità
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Bene culturale
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