Stop agli incarichi con affidamento diretto: architetti daccordo con il sindaco. Concorsi ok, ma contano anche le giurie Architettura contemporanea, stop agli «incarichi ad personam» e ai progetti «calati dallalto»: così parlò, qualche giorno fa, il sindaco Alemanno. Non una frase buttata lì, ma un doppio riferimento precisissimo: per bocciare il progetto sulla riqualificazione del litorale di Ostia (con due torri-hotel alla fine della Colombo), firmato Massimiliano Fuksas e affidato dallex giunta Veltroni. «Noi invece - aveva anche detto il sindaco - vogliamo indire bandi reali che permettano a tutti gli architetti di partecipare». La sortita trova daccordo - di più: daccordissimo alcuni dei protagonisti dellarchitettura contemporanea, tutti di tradizione «progressista». Paolo Portoghesi, ad esempio, saggista, accademico e progettista, tra le altre cose, della grande Moschea: «Parole sagge, tutto molto giusto. Bisogna fare i concorsi. Nei concorsi, però, quel che conta son le giurie. Devono essere rappresentative, autonome da uffici comunali che favoriscono persone a loro gradite, tanto per capirci... Una volta nelle giurie si nominavano persone note, direttori di riviste, gente con un curriculum e una bibliografia degna di questo nome, ora basta siano apprezzate in certi giri. Altro problema, la legge Merloni. Di fatto impedisce di partecipare ai concorsi a chi non abbia fatturati di milioni, la qual cosa va bene per noi vecchi sulla breccia, ma i giovani sono tagliati fuori. Durante il tanto deprecato fascismo un architetto come Terragní, che il mondo ci invidia, a 36 anni, quando morì, aveva realizzato quaranta edifici, oggi a 36 anni se ti va bene hai costruito un canile...». Altra opinione «di peso», quella di Carlo Aymonino, uno dei decani dellarchitettura italiana, artifex della nuova ala dei Musei Capitolini e già in asse con il neosindaco sulla bruttura della nuova copertura per lAra Pacis: «Si può, e si deve a mio avviso rimuovere», spiega. E sullo stop agli incarichi ad personam? «Bravissimo, parole sacrosante. Che altro devo dire? Niente. La prassi degli incarichi diretti si stava diffondendo in maniera a dir poco smisurata. Magari mi do anche la zappa sui piedi... considerando che vorrei concludere, io, il mio intervento sul Campidoglio. Ma è giusto così». E lidea di una committenza affidata direttamente dal «principe» non piace nemmeno a Giorgio Muratore, cattedra di Storia dellarchitettura e accademico notissimo (anche) per la sua verve da polemista (è autore del blog archiwatch.it). Che a domanda - Alemanno, Fuksas, le torri-hotel... - inizialmente risponde con una risatina che la dice lunga. E aggiunge: «Sacrosante parole, quelle del sindaco. Negli ultimi anni siamo stati abituati a coprire gigantesche cubature dietro il paravento di firme più o meno prestigiose... Quella del principe committente è una prassi indecente, maleducata, incivile, che deve finire. Il problema però è più complesso, non basta fare concorsi. Dipende per cosa li fai. Se a monte, per dire, decidi di bandirne uno per un grattacielo dentro Villa Borghese. O magari per un parcheggio interrato di sette piani (ridacchia, n.d.r.: e il riferimento è a unaltra opera targata giunta Veltroni, il parking del Pincio). Il grado di civiltà si misura dagli strumenti con cui si garantiscono partecipazione alle scelte e confronto di idee. Basta con avventurosi progetti che nascono nei salotti dei costruttori, passano da un assessore e tornano al costruttore con il paravento della "firma". Negli ultimi anni è successo. Cose di sinistra? No, direi piuttosto cose sinistre.
ARCHITETTURA - "Sì ai concorsi, basta con gli archistar"
Il sindaco Alemanno ha espresso il desiderio di indire bandi reali per la scelta degli architetti per i progetti pubblici, per evitare gli incarichi ad personam e i progetti calati dallalto. Questa posizione è stata sostenuta da alcuni architetti contemporanei, tra cui Paolo Portoghesi e Carlo Aymonino. Tuttavia, il problema è più complesso e dipende dal contesto in cui si decidono i concorsi. Alcuni architetti hanno criticato la legge Merloni, che impedisce la partecipazione ai concorsi a chi non abbia fatturati di milioni. Terragní, un architetto italiano, ha criticato la prassi degli incarichi diretti, che si stava diffondendo in maniera a dir poco smisurata.
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