«I pratesi girano il mondo. Una volta a una festa di Capodanno in Sudafrica incontrai il mio compagno di banco delle elementari» PRATO. Da studente, ha guidato l'ordine goliardico pratese, quello del Chiavaccio. Da avvocato e politico, avrebbe volentieri preso in mano, in un momento difficile e con un paio d'idee forti, l'intera città. Candidato sindaco del centrodestra nel 2004, adesso Filippo Bernocchi si divide fra Prato e Roma. Garantisce ancora attenzione ai destini pratesi, tanto nelle sedi romane che nel consiglio comunale cittadino. Di certo, non gli manca la conoscenza della città e dei suoi abitanti. Tanti i suoi ricordi, fin dall'infanzia trascorsa in una famiglia numerosa. Che cosa ricorda di quando era bambino? «Sono cresciuto in viale Montegrappa. Due dei posti che ricordo più volentieri, però, sono i ristoranti da Francesco e da Livio, dove andavo con i miei genitori». Il pensiero le corre al centro storico? «In parte sì. I miei ricordi sono legati al profumo dei biscotti di Mattonella. Ma anche all'odore delle balle umide di lana nella tintoria di mio padre». Com'è crescere con tre fratelli? «Le difficoltà sono state quelle di chi vive in una famiglia numerosa. Ricordo che legavo di più con il fratello più piccolo. È anche vero che noi maschi, ci coalizzavamo in tre contro la sorella». Del centro cittadino che cosa le piace o le piaceva? «Quella che tutti chiamano via del Pesce. Purtroppo, negli anni ha perso molte delle sue botteghe. E poi, il Castello dell'imperatore, che ha sempre il suo fascino». E la scuola? «Ho sempre frequentato il Cicognini, fin da piccolo, per poi andare al Classico». Restiamo al Bernocchi studente e andiamo al tempo in cui guidava l'ordine goliardico del Chiavaccio. Anche questa è una storia pratese. Come ha vissuto quell'esperienza, col nome di Pippo I? «La considero l'esperienza più importante della mia vita. È quella che a oggi mi ha insegnato di più». In che senso? «Mi ha insegnato che cosa vogliano dire uguaglianza e fratellanza. Le persone che ho conosciuto a quei tempi sono e rimangono quelle alle quali sono più affezionato». Fra goliardia e vita privata, ci tolga una curiosità. Dove ha fatto l'amore per la prima volta? «In via Tinaia, in un appartamento del quale avevo sottratto le chiavi ai miei genitori». Perché, quattro anni fa, si candidò a sindaco? «Per un certo momento, pensavo che la città fosse pronta a cambiare e, come si dice, buttai il cuore al di là dell'ostacolo. Feci anche una valutazione politica, pensando che per la prima volta dovessimo presentarci con un politico a tutto tondo e non con un candidato prestato dalla società civile. Avevo inoltre accumulato, negli anni, anche esperienze di governo come amministratore di alcune società pubbliche. Mi sentivo pronto». Però, era una battaglia molto difficile e la riprova si è avuta il giorno dopo le elezioni... «Sapevo delle difficoltà, certo. Ma quella resta un'esperienza che valuto in modo positivo. Sono passati quasi cinque anni e, adesso, non so se lo rifarei». Pensa che questa città non cambierà mai amministrazione? «No. Anzi, credo che oggi ci siano alcuni presupposti. L'operazione di Fini, Berlusconi e Veltroni ha il merito di avere rimesso in moto la politica in tutta Italia. Non so quando, ma l'onda arriverà anche a Prato, una città che ha bisogno di ricambio, di un governo e di idee nuovi. Di una svolta, insomma. E non credo, fra un anno, sarà impossibile vincere. Mi auguro, per questo, che il Pdl riesca a individuare un candidato valido, e ce ne sono, e inizi da subito un confronto con la città. So che alcune categorie sono interessate e vedo un fermento che cinque anni fa non c'era». In campagna elettorale, propose la riqualificazione di piazza Mercatale, con tanto di parcheggio e viabilità sotterranei, e la realizzazione di abitazioni a prezzo calmierato. Il bello è che, con qualche aggiustamento, le stesse idee le hanno avute in Comune e l'ha avute Berlusconi, con le "new town". Che effetto le fa? «Oggi servono idee importanti e l'ordinaria amministrazione, con la quale viene governata Prato, non basta più. È chiaro, come sul caso di piazza Mercatale, che se non si hanno idee si cerca di mutuarle. Poi, non viene fatto nulla. Comunque, il mio progetto sulla piazza era diverso. Non prevedeva una "spianata delle moschee" come quello che hanno presentato e, in pratica, ritirato». Come vede la città? «La vedo ingessata proprio perché ingessato è il partito di governo. E come partito di governo intendo i Ds. Se il Pd, invece, riuscirà a portare realmente qualche novità, fra un anno vedremo anche gli effetti. Sono comunque certo che i cittadini serberanno sorprese». Perché? «Perché vedremo anche i primi effetti del governo Berlusconi. Pensate che un amico, parlamentare Pd, negli ultimi giorni mi ha detto che certe cose che stiamo facendo avrebbero dovute farle loro. Mi riferisco, e si riferiva, alla sicurezza e ai provvedimenti sui mutui che, anche qui a Prato, stanno "strozzando" chi li ha contratti soltanto tre o quattro anni fa». Intanto, com'è cambiata Prato dal 2004 a oggi? «È peggiorata. Pensiamo al traffico. In tutte le parti del mondo, insegnano che per ridurre l'inquinamento va fluidificato. Qui accade l'esatto contrario e sappiamo bene che in caso di congestione le emissioni inquinanti aumentano del 200». Di che cosa c'è bisogno? «Servono idee forti che facciano da volano. Penso alla trasformazione urbanistica, alla riconversione della capacità produttiva che richiede anche capacità progettuale. E poi bisogna investire di più sul nostro know how per farne capire l'importanza in giro per il mondo». Se dà uno sguardo a Chinatown che cosa pensa? «Che non è più tollerabile che parte del territorio sia in mano ai cinesi. Dobbiamo riappropriarci del nostro territorio, in via Pistoiese come in parte del centro storico. Le leggi ci sono, basta farle rispettare. Se i controlli, anche del Comune, funzionassero - cosa che non accade - in decine di strade la situazione cambierebbe e decine di clandestini lascerebbero l'Italia ogni giorno». Che cosa salva della città e delle idee di oggi? «Trovo stimolanti alcune idee di riqualificazione urbana». A Roma segue ancora le vicende pratesi? «Certo. Già in questi anni, in ogni ufficio dei vari ministeri che ho frequentato, mi hanno apostrofato con "ecco il pratese", chiedendomi se davvero penso che Prato è al centro del mondo. Per me, è così». Se fosse possibile spostare a Prato la capitale, e con questa i suoi impegni, riuscirebbe a vivere qui ogni giorno della settimana? «Non ce la farei. Siamo pratesi e siamo un popolo di mercanti. Il pratese non è stanziale, ma gira tutto il mondo. Ricordo che una volta, a Città del Capo, partecipai a una festa di capodanno in un golf club. Incontrai il mio compagno di banco alle elementari».