L'intervento di Maurizio Calvesi sull'«Unità» riaccende le polemiche sulla ristrutturazione della Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Roma Il progetto di Diener Diener prevede l'abbattimento dello spazio progettato nel 1975 dall'architetto napoletano Eduardo Di Blasi Gnam, blocchiamo lo scempio. II manifesto firmato da Maurizio Calvesi sulle pagine di questo giornale contro il progettato abbattimento delibala Cosenza» alla Galleria Nazionale d'Arte Moderna di Valle Giulia a Roma (lo studio svizzero Diener Diener, vincitore del concorso internazionale bandito nel 1999, ha previsto la demolizione del padiglione progettato da Luigi Cosenza, uno dei massimi esponenti del razionalismo italiano in architettura), ha riacceso la polemica, in verità mai del tutto sopita dopo l'aggiudicazione della gara, su quale sia la migliore soluzione possibile per la razionalizzazio-ne degli spazi espositivi della Gnam. La contesa tra architetti, giornalisti, storici e critici dell'arte, questa volta, s'è innestata su un tema «estetico» dibattuto da millenni, vale a dire: «Che cos'è un'opera d'arte?». E, nello specifico, cos'è un'opera d'arte in architettura? Gli architetti che, riuniti in apposita e qualificata commissione, hanno deciso all'unanimità di premiare il progetto dello studio Diener Diener (che prevedeva la demolizione del manufatto), infetti, non ritenevano, evidentemente, che l'opera di Cosenza fosse da annoverarsi tra le «opere d'arte». «Nessuno - afferma Vittorio Magnago Lampugnani, architetto, critico d'arte, preside del Politecnico di Zurigo, già direttore di Domus e del museo di Architettura di Francoforte sul Meno, membro di quella commissione che nel '99 premiò il progetto svizzero - si sarebbe infatti sognato di abbattere un'opera d'arte di Luigi Cosenza». E qui il tema parrebbe complicarsi. «Secondo me il progetto di Cosenza sull'ala della Galleria Nazionale d'Arte Moderna, non è solo un lavoro incompleto, che non è stato mai portato a termine, ma è soprattutto un lavoro che non si potrà mai finire nei termini in cui Cosenza l'ha pensato. I disegni che ci ha lasciato dopo la morte non sono sufficienti», afferma Magnago Lampugnani. L'ala, pensata nel 1964 ed elaborata in un progetto una decina di anni più tardi, fu inaugurata infatti nel 1988, quattro anni dopo la morte del suo progettista, e rappresentava, a conti fatti, solo una parte di quanto concepito dall'architetto napoletano (autore, tra l'altro, del palazzo che attualmente ospita la facoltà di Ingegneria dell'università Federico II di Napoli). «L'architettura - contesta Magnago Lampugnani ..- non è la trasformazione di disegni fatta da capimastri. L'autore del progetto modifica in corso d'opera quanto disegnato. Quello in questione non è mai stato portato a termine, o rimasto abbandonato per anni, e non vedo dove sia lo scandalo nel decidere di demolirlo». Eppure, tra i tanti progetti presentati alla gara internazionale, quello dello studio Diener Diener era l'unico che prevedeva la totale demolizione della costruzione preesistente. «Il progetto svizzero - controbatte Magnago Lampugnani - era quello più intelligente. Gli altri, che trattavano quello che rimaneva di Cosenza, in maniera più o meno decisa, non avevano la stessa completezza. Non valeva la pena rinunciare ad un progetto completo per salvare un "frammento d'architettura". Quello dello studio Diener Diener completa in maniera dignitosa l'opera di Bazzani». Cesare Bazzani, realizzatore del complesso, fu anche l'artefice, con esso (era il 1911), dell'urbanizzazione di quell'area ancora disabitata, che si trovava appena fuori la Porta del Popolo: la zona avrebbe poi preso il nome di Valle Giulia. L'occasione fu data dall'Esposizione Universale che si tenne nella capitale in occasione dei 50 anni dall'unificazione. Lo stesso Bazzani, intorno agli anni Trenta del secolo scorso, ampliò la sua costruzione. Il doppio edifìcio di Bazzani fu poi «completato», appunto, dall'«ala Cosenza», incompiuta. Ma qui, la polemica, dall'alto ritorna al basso, dal mondo delle idee passa al mondo delle cose concrete. È lo stesso Magnago Lampugnani a lanciare la stoccata: «Ma lei l'ha vista come è ridotta l'ala Cosenza? Io credo che molti di quelli che oggi scrivono non abbiano mai visto la situazione reale, di fatto. I frammenti di quell'opera sono stati lasciati all'abbandono per anni. Nessuno se n'è mai occupato. Mi stupisco di questi paladini di Luigi Cosenza vengano fuori solo adesso e non si siano sentiti prima, quando, interrotti i lavori, l'opera fu lasciata all'abbandono». L'opera, in tal senso, non è considerata «opera d'arte» per Magnago Lampugnani: «Io stimo Cosenza, ma non reputo questa una sua opera completa. Il nuovo progetto prevede un ampliamento comunque più grande di quello disegnato da Cosenza. Inoltre, riprendere dopo 30 anni il progetto mai realizzato di un architetto morto da 20 e adattarlo ad un programma cambiato, mi sembra francamente assurdo». Per Magnago Lampugnani quell'ala del museo è incompleta e incompletabile e, quindi, può essere distrutta AMI