Un modello da riscoprire dopo l'appello della Marcegaglia alla "rinascita" del nostro Paese «Adesso il Paese può rinascere», ha detto il leader degli industriali Emma Marcegaglia, aprendo un credito pressoché illimitato al governo Berlusconi. E lui ha risposto: «La tua relazione è il nostro programma». Al di là delle cortesie, la Marcegaglia è una figura di imprenditore modernizzatore, aperto alle novità e determinato a far recuperare all'Italia il tempo perduto. Un imprenditore all'avanguardia fu Adriano Olivetti, di tanto in tanto presente sulla nostra stampa, ma sempre, comunque, in modo alquanto effimero. Le occasioni, in genere, sono rievocazioni, libri, in questo caso una mostra "L'avventura dell'Utopia" in corso alla Promotrice delle Belle Arti di Torino sino al 23 luglio, nel contesto degli appuntamenti del Torino World Design Capital. Mostra, peraltro, dedicata non ad Adriano Olivetti, bensì alla Olivetti, l'azienda di famiglia creata da suo padre Camillo e da lui portata, poi, a massima espansione: sino a 36mìla dipendenti, azienda leader delle macchine per scrivere, capace di competere sui mercati internazionali e, addirittura, di acquisire - nel 1959, nemmeno un anno prima della morte dell'ingegner Adriano - una delle sue maggiori concorrenti, la statunitense Underwood. Proprio la fabbrica cui il vecchio Camillo si era ispirato, nel 1908, per fondare a Ivrea la sua azienda. Una storia non conclusasi con Adriano, ma continuata nelle generazioni successive, sino al nipote Roberto, storia di un'azienda, storia di una famiglia d'imprenditori, storia di una città, Ivrea, che di tale impresa fu il centro. Ma parlare della Olivetti significa, sempre e comunque, tornare a parlare di lui, di Adriano o, come veniva chiamato, dell'Ingegnere. Che non fu, solo, un grande imprenditore, come il vecchio senatore Giovanni Agnelli, quello vero, il fondatore della Fiat di Torino. Fu qualcosa di molto diverso Adriano Olivetti, tanto che ancor oggi, a distanza di quarantotto anni dalla sua scomparsa, rappresenta qualcosa dì unico nella storia economica e culturale del nostro Paese. Culturale, perché l'Olivetti fu pure scrittore, autore di saggi di politica ed economia come Società, Stato, Comunità, L'ordine politico delle Comunità - che prefigurava, all'indomani della II Guerra Mondiale, tutta la problematica di un ridisegno in senso federalista dell'Italia - e come La città dell'uomo, ove il suo pensiero si applicava a una nuova idea di urbanistica, direttamente sperimentata nel ridisegno del Canavese e della stessa città di Ivrea. Ancora di più, fu editore, con le Edizioni di Comunità, che negli anni '50 pubblicarono autori come Simon Weil, Hans Kelsen, Joseph A. Schumpeter, e promotore di cultura, con il Centro Culturale Olivetti, ove attrasse alcune delle migliori intelligenze di quei decenni, scrittori e poeti come Libero de Libero, Leonardo Sinisgalli, Franco Fortini, Giorgio Soavi, Gieno Pampaloni, artisti come Salvatore Fiume, architetti come Carlo Scarpa e l'elenco potrebbe continuare a lungo. Una figura, insomma, quella dell'ingegner Adriano, che potrebbe apparire come sospesa a metà tra quella di un moderno imprenditore - fu uno dei primissimi a portare i Italia le tecniche di produzione e marketing che aveva studiato negli Usa - e un mecenate rinascimentale, patrono delle arti e delle lettere, con questo suo ricercare una sorta di sintesi tra cultura umanistica e impresa. Come dire, tra Capitale e Spirito. Sintesi, in apparenza, impossibile. Tanto che, alla fin fine, a parte le celebrazioni di rito, l'Olivetti viene per lo più liquidato come una sorta di sognatore, un idealista amico di Gobetti e di Calamandrei, uno strano cattolico-liberale, o addirittura un epigono del socialismo utopista di Saint Simon e di Owen... E di questo suo essere un utopista, un sognatore sembra, ai più, di ritrovare una conferma nell'effimera sua esperienza politica, con la fondazione di quel Movimento Comunità, con il quale vagheggiava, in piena Guerra Fredda, la creazione di una Terza