Le Parche che hanno troncato il tenue filo di vita del governo Prodi non sono oscure dee inesorabili, non sono le trame di poteri occulti, non sono congiure internazionali. Le spinte disgregatrici che hanno fatto implodere il centrosinistra vengono, si sa, dal suo interno: ma non è detto che siano la sola ragion dessere del suicidio assistito che occupa da mesi il palcoscenico della politica. E vero, il margine di maggioranza al Senato era esiguo; è vero, Prodi e alcuni suoi ministri (non tutti) hanno fatto sforzi eroici, e qualche concessione di troppo, per governare malgrado tutto. Ma è mancata, a dar coesione allo schieramento e legittimazione agli occhi del suo elettorato, la capacità di dare al Paese il senso di un progetto, di una meta credibile. Il risanamento dei conti pubblici è di per sé un target virtuoso, ma comporta "sacrifici", e perché ne valga la pena bisogna spiegare perché: come accadde, successo memorabile, quando la meta era lingresso nellarea Euro. Al contrario, troppi ministri del passato governo si sono limitati a presidiare le loro scrivanie senza elaborare progetti organici nei rispettivi settori. Troppi hanno trascurato il terreno dei fatti per "far politica", e cioè riconfigurare la maggioranza in altri partiti, schieramenti, arcobaleni: dimenticando che "politica" è il governo della polis, e non la geometria variabile dei partiti, e che nessun "effetto-annuncio" può compensare la penuria di idee progettuali e azioni di governo. Troppo spesso si è tentato di rimediare allassenza di progetti inseguendo la destra sul suo terreno, a cominciare dallo sgangherato federalismo allitaliana, così enormemente costoso che nessun mago della finanza riuscirà mai a conciliarlo con la riduzione delle imposte. Anziché piangere sul latte versato (cè già abbastanza acqua, dentro), quel che resta della sinistra deve ora fare i conti con unintera legislatura governata (di nuovo) dal centrodestra. Individuare i temi su cui fare opposizione (e come), ma anche quelli sui quali linteresse del Paese impone di voltare pagina prima che sia troppo tardi, anche al costo di cercare unintesa. Di tal natura sono due settori in cui destra e sinistra si dividono equamente meriti e colpe, e che sono stati quasi assenti nella campagna elettorale: la tutela del paesaggio e del patrimonio culturale e il futuro della ricerca e delluniversità. Questo è il momento di ricordarsi che il Codice dei beni culturali e del paesaggio, cardine della legislazione italiana su questo tema cruciale, è stato impostato dal ministro Urbani e poi corretto, senza modificarne limpianto, da due ministri degli opposti schieramenti, Buttiglione e Rutelli: esso è dunque il prodotto di uno sforzo autenticamente bipartisan. Ma la versione del Codice ora in vigore, fedele al dettato della Costituzione nellinterpretazione autentica della Corte, resterà lettera morta se non si affrontano presto tre nodi: un reclutamento straordinario, basato esclusivamente sul merito, di personale per la tutela che rinsangui gli organici da decenni senza turn over; il necessario adeguamento delle normative delle Regioni a quelle del Codice; infine, i problemi della finanza locale, che spingono i Comuni a un consumo selvaggio del territorio al fine di raggranellare qualche introito da oneri di urbanizzazione. Labolizione dellIci decisa da Berlusconi è destinata ad aggravare oltre misura questo problema già così drammatico. Sarebbe ora di affrontare organicamente la strepitosa anomalia di un Paese, il nostro, che ha il più basso incremento demografico dEuropa e insieme il più alto tasso di consumo del territorio, per giunta con architetture quasi sempre di infima qualità. Lalleanza della rendita fondiaria con la politica ha generato troppo spesso, a sinistra come a destra, mostruose periferie (invano ribattezzate "centralità" da una furbesca neolingua), colate di cemento, devastazioni. La tutela del paesaggio non è di destra né di sinistra, ma un rigoroso rispetto delle regole (che ci sono) richiede una seria e concorde azione politica, al Ministero come nelle Regioni. Sul fronte dei beni culturali, nonostante le buone intenzioni espresse da Prodi in risposta a un appello Fai, il centrosinistra non ha saputo invertire la tendenza al calo degli investimenti già manifestata dal precedente governo Berlusconi. Lo stato di sofferenza dellamministrazione è crescente, e impone urgenti misure correttive. Lo stesso è vero sul fronte delluniversità e della ricerca, da troppi concepite come una sorta di optional a cui si può rinunciare facendo spallucce: perciò fondi necessari a tamponare scioperi di autotrasportatori e crisi Alitalia sono impunemente prelevati da quelli destinati alla ricerca. La gravità della crisi italiana in questo settore è evidente nella dimensione europea: nei due primi bandi di Erc (European Research Council, la nuova agenzia di ricerca dellUnione Europea, che sta distribuendo 7,5 miliardi di euro), gli italiani sono di gran lunga i primi per numero di domande, ma lItalia precipita al quinto o al sesto posto nel success rate perché i vincitori italiani sono in fuga dal proprio Paese. I grants Erc vanno fino a 2-3 milioni di euro a testa, e fa davvero impressione che uno studioso italiano che li abbia in tasca abbia così poca fiducia nel proprio Paese da volerli spendere comunque altrove. Lirresponsabile blocco del reclutamento di docenti universitari negli ultimi due anni, il localismo delle carriere e limperante gerontocrazia disegnano unimmagine statica e polverosa delluniversità italiana che non giova al Paese. Intanto la pessima riuscita della riforma Berlinguer dei cicli universitari, nonostante le correzioni apportate dai ministri Moratti e Mussi, getta unombra inquietante sulla formazione delle nuove generazioni. Il nuovo ministro dellIstruzione, Mariastella Gelmini, ha presentato nella scorsa legislatura una proposta di legge (Camera 342308) "per la promozione e lattuazione del merito". E dunque lecito attendersi che il merito torni ad essere il cardine su cui misurare la formazione universitaria e le carriere dei docenti e dei ricercatori, resistendo alle spinte per sciatte promozioni ope legis, che allontanerebbero lItalia dallEuropa e scaccerebbero dal Paese i giovani migliori. E lecito attendersi che i criteri di Erc, che basa la propria selezione esclusivamente sul merito, vengano applicati in Italia (come è avvenuto nellultima mandata di fondi di ricerca Firb, riservata ai "semifinalisti" dei grants Erc). E lecito sperare che i concorsi localistici ripristinati da Mussi vengano cancellati per sempre in favore di un meccanismo più garantito, peraltro già prefigurato in una legge Moratti che è rimasta lettera morta. Tutelare patrimonio culturale e paesaggio vuol dire salvaguardare una coscienza identitaria che è fattore vitale di produttività e di attrazione. Promuovere ricerca e formazione universitaria vale stimolare linnovazione, costruire il futuro delle nuove generazioni. Perciò con notevolissima lungimiranza la nostra Costituzione, prima al mondo, collega organicamente tutela, cultura, ricerca: «La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura e la ricerca scientifica e tecnica. Tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione» (art.9). Né governo né opposizione possono permettersi di tradire questo principio fondamentale. Con deplorevole concordia, tutti sembrano averlo dimenticato durante la campagna elettorale. Sarebbe il momento di ricordarsene tornando sul terreno dei fatti, anziché costruire vuote, declamatorie intese di parole.