Giuseppe Guida e Sandro Raffone hanno fornito di recente su "Repubblica Napoli" spunti interessanti sul rapporto tra architettura e città. Interessanti perché il tema rinvia agli impedimenti che sbarrano il passo allemergere di una stagione del fare in grado di rinnovare il volto di Napoli. Ma un aspetto credo meriti dessere ripreso e approfondito: quello della produzione edilizia dequalificata a causa del combinato di "massimo profitto" cui tendono i costruttori e di "concorsi che non si fanno" o si arenano nelle secche della burocrazia. Diagnosi non convincente, perché un po attardata sullo stampo polemico di "Mani sulla città". Non convince perché ogni critica è giusta e feconda quando è accorta nel cogliere le articolazioni della realtà, scovando il nuovo dove cè, evitando stereotipi e fissazioni da "idola tribus". Per capirsi: ce la possiamo anche prendere con ledilizia residenziale pubblica governata da regole rigide e con limiti di costo imposti dallamministrazione (530 euro al metro quadro) che consentono solo di costruire col cartone, ma perché prendersela con gli esecutori delle opere che a quelle regole si devono attenere. In altri termini: si potrà obiettare che il massimo ribasso produce brutture, ma la colpa di chi è? Di chi ha fatto le formette o di chi ci mette la sabbia dentro? Proviamo invece a domandarci se, al netto di criminalità e rifiuti, la questione napoletana non si riduca, al fondo, alla mancata utilizzazione del capitale di energie del nuovo ceto "pro-pro": i produttori-professionisti di cui parla, pensando al Nord, il direttore del Sole 24 ore Ferruccio de Bortoli. Siamo proprio sicuri che non sia quella la leva utile per sollevare anche Napoli dal declino in cui rischia di scivolare? Cominciamo a vedere se la pietra scartata dai costruttori (di una volta) non sia diventata testata dangolo per i costruttori (di oggi). Almeno quelli fra loro (per fortuna non pochi) i quali, chiamati non a eseguire ma a progettare, lo fanno ormai "a quattro mani" con eminenti architetti. Proponendosi come imprenditori moderni: ossia promotori di complessi interventi di riqualificazione del territorio. Mettendoci, in più, capitali di tasca propria. La serie di progetti urbanistici frutto di una sintonia tra le due diverse anime della classe creativa (chi progetta e chi produce) è in effetti piuttosto lunga. Altrettanto per i concorsi di architettura di cui, invece, si lamenta lassenza. Proprio la liaison tra costruttoripromotori e grandi architetti sta divenendo, appunto, "testata dangolo": completamento del Centro direzionale, Porto Fiorito, Ospedale del Mare, Pala Ponticelli, assieme a numerosi altri. Così come decisamente più numerosi di quelli che enumerava Guida sono i concorsi di progettazione: tutte le opere in corso a Bagnoli, dal Parco dello Sport alla Porta del parco al Turtle point, quelle riguardanti la sostituzione dei prefabbricati pesanti a Chiaiano, Pianura e Soccavo o lAlbergo dei Poveri: solo per citarne alcuni. Di più: la sinergia tra chi progetta e chi realizza non attiva solo nelle Stazioni della Metropolitana, ma chiama in causa architetti come Pica Ciamarra, Bruno Discepolo, Uberto Siola, Fabio Mastellone, giovani come Corvino e Multari, Silvio DAscia, Pasquale Manduca o star dellarchitettura internazionale come Piano, Isozaki, 51, Tange, Euvé Si può obiettare che il passo di questo cambiamento è lento. Giusto. Ma poi bisogna essere chiari nellindicare le responsabilità. Se a Napoli non siamo allineati con la Valencia della Coppa America, non è certo colpa delle forze produttive che hanno tutto linteresse a fare.
NAPOLI - imprenditori e archgitetti: l'alleanza creativa
Giuseppe Guida e Sandro Raffone hanno discusso sulla relazione tra architettura e città in un articolo su "Repubblica Napoli". Hanno sottolineato l'importanza di una produzione edilizia dequalificata a causa del "massimo profitto" dei costruttori e della burocrazia. Tuttavia, hanno anche sottolineato che ogni critica è giusta e feconda quando è accorta e coglie le articolazioni della realtà. Hanno proposto di concentrarsi sulla mancata utilizzazione del capitale di energie del nuovo ceto "pro-pro" (produttori-professionisti) per sollevare Napoli dal declino.
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