Ci sono voluti diciassette mesi, e una lunga fase di stop and go: ieri il Consi-glio dei Ministri ha approvato il decreto che riforma il ministero per i Beni e le Attività Culturali, come previsto dalla delega che il Parlamento aveva attribuito al governo a luglio 2002. Che cosa succede ora a via del Collegio Romano? Arriva una riforma gattopardesca - poco cambia nei fatti -con tre segni considerati nell'ambiente fortemente negativi: l'accentuato controllo dell'apparato polìtico-amministrativo sulle competenze tecnico-scientifiche; come se servisse, una nuova procedura dei vincoli che, in nome della «collegialità», farà sì che a pronunciarsi su un bene siano «tutti» i sovrintendenti presenti su quel territorio anziché solo quello che ne ha competenza specifica (insomma, più controllo politico, più burocrazia e più confusione); come lamentato nei mesi scorsi dai sindacati, un moltiplicarsi del numero di direttori generali del ministero, arrivati a quota 32, con relativi stipendi di prima fascia. Mentre sembrano finite in nulla due operazioni che molto avevano fatto discutere in questi mesi: l'abolizione del dipartimento Archivi e Biblioteche, voluta da Tremonti per motivi di cassa e osteggiata da tutto il mondo scientifico (e dallo stesso ministro Urbani); e l'abolizione, questa propugnata da Urbani, dei poli museali di Venezia, Firenze, Roma e Napoli creati dai ministeri di centro-sinistra. Ma vediamo in dettaglio. Punto primo: abolito il segretariato generale, che era il filtro tra il cuore politico del ministero e l'apparato tecnico-scientifico. Punto secondo: il ministero si strutturerà in quattro dipartimenti - Beni culturali e paesaggistici, Archivi e biblioteche, Spettacolo e sport, Ricerca e innovazione - alle dirette dipendenze del ministro, da cui discenderanno le direzioni generali; sconfitto, cioè, appunto il diktat dì Tremonti che per stringere i cordoni della borsa avrebbe voluto eliminare il dipartimento specifico per archivi e biblioteche; mentre dal neonato dipartimento per la Ricerca e l'Innovazione, che il ministro Urbani considera «il cuore della riforma», dipenderanno gli Istituti centrali per il Catalogo e la Documentazione, per il Restauro e per la Patologia del Libro e l'Opificio delle Pietre Dure, nonché un neonato Ufficio Servizi preposto alla promozione del merchandising museale. Punto quattro: ai sovrintendenti regionali, figure fin qui rimaste per metà nel limbo delle intenzioni, vengono conferiti «effettivi poteri di coordinamento e gestione». Punto cinque: verrano istituiti «gradualmente» (i tempi però non sono dati) uffici provinciali che agevolino il rapporto Statocittadini. Punto sesto: istituzione del tavolo regionale collegiale, di cui si diceva, per ciò che concerne l'apposizione dei vincoli. I numeri del nuovo ministero, comunicano da via del Collegio Romano, a questo punto sono questi: 21.957 dipendenti sul territorio nazionale, un bilancio per il 2004 di 2.196.711.078 euro, otto direzioni generali, 19 sovrintendenze archivistiche, 46 biblioteche statali, 99 archìvi di Stato, l'Archivio centrale dello Stato, il Centro foto riproduzione, 35 sezioni degli archivi di Stato, 17 sovrintendenze regionali, 4 sovrintendenze speciali ai polì museali, 2 sovrìntendenze archeologiche autonome (Pompei e Roma), 63 sovrintendenze di settore, 4 istituti e 2 musei autonomi (Gnam e Museo orientale di Roma). Definitivamente e ufficialmente desaparecido il Consiglio Superiore, organo scientifico di consultazione, che Urbani aveva tenuto in sonno per mesi, dal proprio insediamento, fino a provocare le dimissioni del vicepresidente in carica all'epoca, Giuseppe Chiarante. Ora, per capire la portata politica dell'operazione, bisognerà aspettare le nomine, che avverrano dopo la pubblicazione del decreto sulla Gazzetta Ufficiale. E, quando vedrà luce, il nuovo Codice per i Beni Culturali, l'altra riforma sbandierata in questi mesi dal ministro che, in principio, andrà approvato entro gennaio. Un Codice del quale si è detto tutto e il contrario di tutto e che, siccome ridefinirà il concetto di «bene» culturale-storico-artistico-paesaggistico, e i principi di tutela, gestione e valorizzazione, insomma entrerà nel merito della ragione sociale del ministero, segnerà fortemente questa, apparentemente più neutra, riforma del dicastero.
Nasce il nuovo ministero dei Beni Culturali
Il Consiglio dei Ministri ha approvato un decreto che riforma il ministero per i Beni e le Attività Culturali. La riforma prevede la creazione di quattro dipartimenti: Beni culturali e paesaggistici, Archivi e biblioteche, Spettacolo e sport, Ricerca e innovazione. Il dipartimento per la Ricerca e l'Innovazione dipenderà direttamente dal ministro e avrà il compito di gestire gli Istituti centrali per il Catalogo e la Documentazione, il Restauro e la Patologia del Libro. I sovrintendenti regionali riceveranno poteri di coordinamento e gestione. Verranno istituiti uffici provinciali per agevolare il rapporto tra il ministero e le città.
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Bene culturale
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