L' assegnazione dell' Expo 2015 alla città di Milano ha già dato luogo a polemiche. Quelle, consuete, dei nostalgici della via Gluck contro la cementificazione. E quelle, meno consuete, fra i grandi architetti sull' opportunità di progettare grattacieli piuttosto che di riqualificare aree industriali dismesse. Nessuno, però, finora ha affrontato questioni che trascendano i legittimi interessi degli immobiliaristi, le comprensibili gelosie fra prime donne, le croniche ansie degli ambientalisti. A cominciare da quelle che riguardano i contenuti da mettere dentro il grande contenitore che si vuole costruire. Non si tratta solo dei contenuti scientifici, che dovranno ruotare attorno ai temi dell' ambiente e dell' alimentazione, e dei quali peraltro sarebbe bene che cominciassero ad occuparsi le sette università cittadine e le altre che sorgono fra Bergamo, Pavia, Brescia e Varese. Si tratta dei contenuti culturali, senza i quali il progettato raddoppio della dimensione urbana più che impossibile si rivelerà pericoloso, come dimostrano gli esempi di new towns malauguratamente edificate negli anni ' 60 e ' 70 in Italia e all' estero. Le città, infatti, hanno anche un' anima, una dimensione immateriale che non si misura in metri cubi e che si estende con ritmi più lenti di quelli con cui si mettono insieme i mattoni. La prospettiva dell' Expo, quindi, non riguarda solo gli ingegneri, ma artisti, poeti, letterati, storici, filosofi e perfino gli esperti di comunicazione e di "management della cultura" generosamente sfornati dagli appositi corsi di laurea. Magari non per decentrare il Piccolo a Pero, la Scala a Vimercate e Brera a Rho. La diffusione dei beni immateriali, infatti, ha bisogno di infrastrutture altrettanto immateriali, per cui progettare una rete è più importante che aprire un museo. Qualcuno, per definire la "nuova frontiera" che con l' Expo Milano vuole conquistare, ha evocato l' immagine delle cattedrali medievali, la cui costruzione fu effettivamente occasione di partecipazione corale delle arti e dei mestieri e quindi di identificazione culturale dei cittadini. Speriamo che sia davvero così, e che non finisca tutto come a Scampia, allo Zen e a Torbellamonaca. Pagina 42