Non si può dire che non avessimo avvisato; i giochi, scrivevamo, non si faranno attorno alla Biennale, ma al suo interno dove si ridisegnerà l'assetto istituzionale e l'equilibrio dei poteri. Lo diciamo senza soddisfazione: avevamo, purtroppo, ragione, e Urbani è riuscito a mietere il successo che gli serviva per consolidare la sua traballante poltrona. Ora è tutto per aria, la Mostra del cinema, il consiglio di amministrazione dell'Ente, il suo futuro: tutti palloncini di cui il ministro tiene i fili impedendo che se ne volino via. Quanto durerà questa fase di interregno e di dominio assoluto su un istituto che da sempre in Italia è stato isola di libertà, è questione legata anche alla riposta che sapranno dare la politica e In cultura italiana e internazionale a questo scenario di occupazione neppure tanto strisciante. Il governo dell'Ente emigra dalle mani dell'intellettualità a quelle dei politici, Venezia viene di fatto esautorata, la Regione Veneto sarà costretta ad accettare i diktat del governo se non vorrà star fuori dai giochi ai quali potranno dare il loro contributo tre soggetti privati che con il 20 di partecipazione economica potranno contare quanto Comune, Provincia e Regione messi assieme. Non solo: il nuovo Cda potrà decidere dì figliare un grappolo di nuovi consigli di amministrazione, uno per ogni settore di attività dell'Ente, nei quali i privati avranno il 49; Urbani ha praticamente detto che non vuole più de Hadeln alla Mostra del Cinema, Bernabé ha capito che, se non interviene San Gennaro, il suo tempo atta Biennale è concluso. La Mostra del cinema, in particolare, rischia di trasformarsi in un boccone per chi punta alla fondazione del polo unico tele-cinematografico. Così sembra stiano le cose, se il governo non provvederà a smentire nelle prossime ore. L'Europa libera è in allarme: ha ragione da vendere, questo non è un paese normale, non lo è più.