Intervistato giorni fa dal Gazzettino, il ministro Urbani ha detto che la sua riforma della Biennale, per quanto riguarda il cinema, aspira a riportare le manifestazioni al livello delle grandi Mostre del passato. A quel punto, fossimo stati noi gli intervistatori, gli avremmo chiesto di specificare, di chiarirci quali fossero secondo lui le grandi Mostre del passato. Le prime, tenute sotto il regime fascista? Oppure quelle del dopoguerra, strettamente controllate dai governi democristiani? Oppure le Mostre degli anni Sessanta, dopo la cosiddetta "Riforma Ammannati", ispirata a un rigore nelle scelte dei film, sconosciuto alle precedenti? O quelle degli anni Ottanta, quando la Biennale era ancora un Ente autonomo, non trasformato in una "Società di Cultura", quella che oggi si vuole a sua volta trasformare in "Fondazione"? Non si tratta di un eccesso di pignoleria, poiché, leggendo quanto dice il ministro, chi conosce, anche per sommi capi, la storia della Biennale, ha la sensazione che egli non sappia di cosa parla. Il che non sarebbe in fin dei conti una tragedia. Al contrario, esiste una teoria, secondo la quale non occorre che un ministro sia esperto della materia di cui tratta il suo dicastero. L'importante è che si scelga dei collaboratori capaci di consigliarlo per il meglio. Nella fattispecie non ci pare che egli sia attorniato da consiglieri adatti alla bisogna, se è vero quanto afferma sbigottito Valerio Riva, membro dell'attuale cda della Biennale, esponente della stessa maggioranza cui fa capo il ministro: «Vogliono il Telegatto al posto del Leone». D'altra parte è anche vero che il ministro, quand'anche conoscesse a menadito la storia della Biennale e, in particolare, la storia della Mostra del Cinema che sin dalla sua nascita è divenuta il settore più importante della Biennale, tant'è che si è fatto subito annuale, anziché biennale; quand'anche fosse un esperto in materia, dicevamo, si sarebbe trovato in difficoltà a rispondere alla nostra domanda. Perché, a leggere quanto si è scritto nel corso degli anni, si dovrebbe concludere che l'unica Mostra che ha messo d'accordo tutti, senza eccezioni, fu quella del 1932. Semplicemente perché era la prima e non c'era quindi la possibilità di confrontarla con le precedenti. A farle concorrenza, troviamo solo quella del 1947, non tanto per ciò che si è scritto durante il suo svolgimento, ma per il modo in cui si è impressa nella memoria collettiva, essendosi svolta nella fantastica cornice del Palazzo Ducale (il Palazzo del Lido era ancora da restituire ai compiti per i quali era stato costruito). Questo per dire che la Mostra non ha mai vissuto una vita tranquilla, prova ne sia la vertiginosa passerella dei direttori che si sono avvicendati alla sua guida (in aperto contrasto con quanto succedeva negli altri festival del cinema, dove abbiamo visto dei direttori durare oltre un ventennio): una passerella che non si giustifica col mutare dei tempi e delle mode, che pure hanno la loro importanza (il cinema e il modo di usufruirne sono mutati nel corso di un secolo: sarebbe folle non tenerne conto); ma solo con l'ingerenza del potere politico centrale sulla Biennale, con buona pace dei veneziani che la consideravano una loro creatura. Il risultato di tutto ciò diviene col passare degli anni sempre più grottesco: la Mostra di Venezia, nata nel 1932, vale a dire la prima Mostra del cinema e quindi la più antica, a settant'anni suonati sembra tuttora in rodaggio, trova ancora un ministro che vuole trasformarla, invece di attuare le modifiche già previste dai suoi predecessori che sono rimaste delle semplici aspirazioni; invece di verificare quali di esse siano praticabili e quali, invece, da confinare nel regno delle utopie. L'unica cosa che sa rimproverare all'attuale, appena iniziata e subito disarcionata gestione, è di non avere portato al Lido la massa di star da lui desiderata. Detto per inciso, le star c'erano. Ma se anche non ci fossero state, non ci sembra che una Mostra d'arte si qualifichi per la maggiore o minore presenza di persone che fanno notizia sui rotocalchi popolari. Siamo ancora a questo punto? Sembra di sì, se dobbiamo dare retta alla tesi del Telegatto, paventata da Valerio Riva. Urbani ha promesso che la sua riforma diverrà legge ai primi di gennaio (attraverso un decreto attuativo, che gli evita la discussione in Parlamento). Ma non illudiamoci che il giorno dopo ci sarà un cda in grado di funzionare. Perché l'assetto si ricomponga, ci vorranno dei mesi e la Mostra per l'ennesima volta dovrà essere realizzata all'ultimo momento, per l'ennesima volta apparirà ancora in rodaggio. Può darsi che questo sfascio sia nell'ordine delle cose, che la politica e l'arte in formato tv, così ben descritto da Giorgio Bocca nell'ultimo numero dell'Espresso, il Telegatto al posto del Leone, vadano benissimo per riportare la Mostra all'antico, favoleggiato prestigio, nei termini auspicati dal ministro.