Questa mattina, decreto salvaRetequattro e caso Parmalat permettendo, il consiglio dei ministri darà il via libera definitivo alla riforma della Biennale, con cui si trasforma l'ente veneziano da società di cultura in Fondazione. Una riforma travagliata, che ha suscitato un vespaio di polemiche e rischia di essere ricordata solo per il toto-nomine sul direttore della mostra del cinema. Piccolo riassunto delle puntate precedenti. Il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani mette mano alla riforma che deve traghettare la Biennale alla sua nuova veste istituzionale di Fondazione. L'intervento è molto ampio e introduce diverse novità, tra cui una Consulta di cui farebbero parte Cinecittà Holding e Centro sperimentale, oltre a Triennale e Quadriennale; direzioni collegiali per le varie sezioni tematiche della Biennale; un più efficace potere di indirizzo da parte del ministero. L'opposizione insorge e anche il pacato presidente della Biennale, Franco Bernabé, mette in guardia Urbani: meglio ritoccare il testo. II ministro accoglie i suggerimenti e il decreto viene "emendato" delle parti che hanno suscitato le maggiori critiche. A questo punto tutto sembra risolto e il cda si appresta a confermare per il terzo anno Moritz de Hadeln alla guida della mostra cinematografica. Nel frattempo, però, il Parlamento dà il via libera alla riforma. Urbani manda un telegramma a Bernabé con cui gli comunica la conclusione dell'iter parlamentare. Il neo vicepresidente di Rothschild Europe trae le conseguenze e "sconvoca" il cda della Biennale che avrebbe dovuto tenersi ieri con la nomina di de Hadeln. Cosa succederà ora? Il ministro appare tranquillo: nessun problema, entro l'Epifania ci sarà il nuovo consiglio di amministrazione della Biennale riformata. E non esclude a priori che a presiederlo sia ancora Bernabé. Resta il nodo direttore. Tra Urbani e de Hadeln, è ormai noto a tutti, non c'è un grande feeling. Urbani potrebbe vincolare la conferma di Bernabé alla nomina di un altro direttore? E in un'eventualità del genere, il manager cosa farebbe? Chi gli è vicino scommette su un garbato rifiuto. Vedremo. Intanto continua la ridda di voci sui possibili candidati, dal gettonatissimo Giancarlo Giannini a Marco Muller e Giuliano Montaldo, mentre è delle ultime ore l'ipotesi di Pasquale Squitieri. E nel cda? Oltre alla nomina del presidente, al ministro spetterà quella di un altro consigliere (attualmente è il bocconiano Severino Salvemini), mentre restano confermati la poltrona di Paolo Costa, sindaco di Venezia, e due posti per Provincia e Regione che potrebbero mandare in campo i rispettivi presidenti. Viste le polemiche brucianti degli ultimi giorni non si prospettano sedute troppo serene, ma al ministero ricordano che la riforma prevede anche l'ingresso dei privati (fino a tre posti nel cda), ciò che a Urbani preme di più. Privati in grado di finanziare il salto di qualità e la maggiore internazionalizzazione della mostra auspicata dal ministro. Alcune fondazioni bancarie sarebbero già pronte. Anche se ottenere un posto in consiglio comporta un impegno elevato: conferimenti intorno al 20 del budget annuale della Biennale, che attualmente è di circa 22 milioni di euro.
Al via la riforma della Biennale
Il consiglio dei ministri ha dato il via libera definitivo alla riforma della Biennale, trasformandola in Fondazione. La riforma introduce diverse novità, tra cui una Consulta con partecipazione di Cinecittà Holding, Centro sperimentale e Triennale, e direzioni collegiali per le varie sezioni tematiche. Il ministro dei Beni culturali Giuliano Urbani ha introdotto un più efficace potere di indirizzo da parte del ministero. L'opposizione ha insorgito e il presidente della Biennale Franco Bernabé ha espresso preoccupazioni. Il decreto è stato "emendato" delle parti critiche. Il Parlamento ha dato il via libera alla riforma. Il ministro Urbani ha comunicato alla Biennale la conclusione dell'iter parlamentare.
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