I1 nuovo ministro per i Beni e le Attività culturali, Sandro Bondi (auguri!), si è premurato di lanciare un ponte agli intellettuali di sinistra, per convincerli che il nuovo Governo «è aperto al dialogo, allo scambio, alla collaborazione con le più importanti intelligenze del Paese». Ottimo auspicio, naturalmente, che non so quanto sarà coronato da successo: per il semplice fatto che molti intellettuali di sinistra si sentono portatori di una visione antropologica diversa e migliore rispetto alla destra (aggiungo di passata che, fin quando non cambieranno questo atteggiamento, la sinistra sarà destinata a perdere). Più che ricercare imprimatur e legittimazioni, credo che il centro-destra dovrebbe rispondere a una semplice domanda: ma la cultura, a che serve? Sono molte le risposte possibili, e da ognuna derivano diverse scelte di politica culturale. La prima (e per me meno accettabile) è quella tradizionalmente perseguita in Italia, nel segno perdurante di Gramsci e Bottai: la cultura serve a creare e costruire consenso, dalle opportunità di impiego degli intellettuali alle notti bianche per il popolo. Una seconda risposta possibile è che la cultura serve per difendere un'identità: la parola è scivolosa, ma l'esigenza di preservare un patrimonio comune di storia, auto-percezioni e tradizioni non è banale e non è necessariamente segno di chiusura campanilista. Riconoscersi nella proiezione globale che la cultura, l'arte, la musica hanno assicurato per secoli all'Italia significa riconoscere che esiste un'autentica civiltà italiana, fatta di senso estetico diffuso, di inventiva produttiva e culturale, di - vogliamo dirlo? - gusto per la vita, che si manifesta poi sul mercato mondiale nel prestigio del made in Italy. Qui veniamo al terzo significato possibile: la cultura come strumento di sviluppo e di promozione complessiva del Paese nel mondo (e allora urgerebbe una riflessione sugli Istituti di Cultura all'estero). Quel patrimonio occorre difenderlo. Quarta risposta, dunque: la cultura significa difesa dell'ambiente, dei paesaggi urbani e naturali, del patrimonio artistico diffuso. Cultura come tutela, quindi, affidata a mani esperte, liberata da incurie, approssimazioni, protagonismi e invadenze inaccettabili, che non bastano a giustificare le parole d'ordine dell'aggiornare e del contaminare. Un ulteriore, possibile significato è quello di strumento di promozione della creatività e dell'inventiva. In questo ambito, è imprescindibile uscire dal recinto dei mostri sacri per dare spazio ad artisti, scrittori, registi, designer, stilisti meno affermati ma promettenti, ai quali offrire tribune e opportunità per alimentare un vivaio che, altrimenti, si prosciugherà (o emigrerà). Sono arrivato a cinque risposte: qualcuna di queste è più "a destra" dì altre? Non lo so, e non lo credo: sono convinto tuttavia che, perseguita seriamente, ciascuna di esse (a parte le prima) definirebbe linee di politica culturale differenti da quelle tradizionalmente seguite nel nostro Paese, al centro e in periferia, finora piuttosto volte a lasciare segni vistosi, a impressionare le folle, a irretire i media, a coinvolgere gli intellettuali. Se permette un consiglio, signor ministro, non dimentichi che i suoi utenti non sono gli intellettuali ma i cittadini: restituisca loro il gusto di sentirsi italiani, di riconoscersi in un Paese unico per come generazioni di progenitori intelligenti ce l'hanno fatto e lasciato, e avrà già conquistato un posto nella storia del Suo dicastero.