Cinquantanni di arte da Picasso a Chillida che rilanciano ledificio come fulcro espositivo della città Una sala del piano cadetto è dedicata a Mirò e Dalì Riemerge la ferita del franchismo Un sueño largo, sintitola lopera di Javier Pérez, e già il titolo rinvia a uno dei leitmotiv della cultura spagnola, da La vita è sogno di Calderon de la Barca a quel Capriccio 43 di Goya, Il sogno della ragione genera mostri, assunto poi da tutto il moderno a propria epitome. La chiave di lettura centrale con cui il curatore Demetrio Paparoni ha impaginato la mostra "España 1957 - 2007" (promossa dalla Provincia e dallIstituto Cervantes in collaborazione con il Darc Sicilia, si inaugura sabato alle 18.30 il definitivamente recuperato Palazzo SantElia, che si propone così con questa esposizione di caratura internazionale come possibile fulcro cittadino) è stata quella di rinunciare alla semplice narrazione cronologica per imbastire una fitta trama di rimandi allinterno di una vicenda culturale e storica tuttaltro che lineare. E non soltanto perché il mezzo secolo che corre dal 1957 al 2007 è per la Spagna il periodo decisivo che conduce dalle secche del franchismo al riconoscimento di una delle democrazie più vitali e dinamiche dEuropa, ma anche perché in questo cinquantennio i legami con la memoria profonda della tradizione sono altrettanto forti delle spinte al confronto con le trasformazioni in atto e con il contesto internazionale. Senza che le due direttrici si contrappongano; e infatti la mostra è stata ordinata in cinque sezioni (Quijotismo tragico, Misticismo pagano, Existencialismo barrocco, Tenebrismo hispànico, Abstracciòn simbolico-formal) che valgono come cifra identificativa multipla di una cultura dove i rimandi interni, il dialogo a distanza (anche di decenni) sono più importanti della semplice progressione delle etichette e delle sigle. Il percorso inizia così con un piccolo coup de théâtre: nella installazione di Fernando Sànchez Castillo i frammenti del monumento equestre a Filippo IV che domina la Plaza Major di Madrid giacciono sparsi sul pavimento di una piccola stanza, quasi il convitato di pietra del sentimento ambivalente della storia, a sorvegliare nella grande sala successiva una rivisitazione del 70 in chiave pop del gruppo Equipo Cronìca de Las Meninas di Velàzquez, un Nudo con la chitarra del 72 di Picasso (che a quel dipinto ha dedicato numerosi daprès), e una figura allo specchio di Juan Muñoz, i cui personaggi - più veri del vero, se non fosse che sono rimpiccioliti - punteggiano il percorso espositivo dolenti e inquieti, come reclama la condizione moderna. La storia quindi - e cioè la memoria, lutopia, la violenza, il conflitto - aleggia in queste sale come la questione centrale della Spagna moderna, e in realtà di tutta lEuropa contemporanea: diviene atto daccusa contro la repressione franchista in unopera manifesto come "El castigo" di Rafael Canogar (1969), un cupo teatro dombre dove un poliziotto picchia un manifestante, echeggia potente simile a una memoria destinale nella "Grande tela grigia" esposta da Antoni Tàpies a Kassel (1964, una delle opere più importanti in mostra), diviene tragica filigrana rituale - straziata variante individuale delle sacre rappresentazioni - nella portantina chiusa e sigillata come una bara che Pepe Espaliù realizzò per mettere in scena, lui malato terminale di Aids, la processione sacrificale e purificatrice del proprio corpo. Carne, sangue, ombra: tre termini che si intrecciano spesso nella cultura artistica spagnola, nella gestuali "Crocifissioni" di Antonio Saura (uno degli artisti più rappresentativi della stagione informale del gruppo "El Paso" alla fine degli anni Cinquanta) o nelle figure volanti insanguinate che Enrique Marty ha collocato simili ad angeli caduti o a statue devozionali di martiri. Anche se poi il panorama abbracciato dallesposizione è molto più complesso e variegato, e accanto a queste traiettorie ne emergono altre: più attente alle composizioni modulari del minimalismo ad esempio (come nel caso di Susana Solano), portate a quelle contaminazioni scenografiche che si dipartono dagli anni Ottanta (le archeologie fantastiche di Miquel Navarro, con quelle configurazioni di città esplose con frammenti di zinco e piombo), disponibili alle ironie pop - nel passato franchista esplicitamente politiche - come nelle tele pop di Edoardo Arroyo. Diverse anime insomma, come in tutte le grandi culture, si fronteggiano e si intrecciano nellarte spagnola degli ultimi cinquantanni, e del resto aver posto tre nomi paradigmatici dellintero Novecento, Picasso, Dalì e Mirò (a cui è dedicata quasi per intero una bella sala del piano cadetto) come momenti di intersezione dei percorsi della mostra, denuncia il carattere plurale dellattualità come della tradizione e del passato prossimo. Ne emerge un paesaggio mobile, aperto, anche contraddittorio, classico come nelle opere in ferro forgiate da Chillida e Oteizo, ancestrale nella spazialità materica di Cristina Iglesias, fortemente politico nella installazione di Dionisio Gonzàles, per fare tre esempi; e appunto per questo capace di leggere la realtà contemporanea per quello che è, un sistema complesso, sfaccettato, non semplificabile. Anche per questo, una rassegna da non perdere. La mostra, prodotta da Arthemisia, si visita sino al 14 settembre (10-13 e 17-20, venerdì e sabato sino alle 23, chiuso lunedì). Ingresso 7 euro.