Con poche righe scritte su un telegramma il ministro Urbani ha licenziato Franco Bernabé, presidente del cda della Biennale. Annunciando la conclusione dell'iter parlamentare relativo alla riforma dell'ente, ha concluso così: «Vedi seguito di tua competenza». Da leggere in questo modo: il cda non ha più i poteri decisionali. E a sua volta, Bernabé, costernato, si è considerato dimissionario, facendo slittare il consiglio di lunedì prossimo a gennaio. Come ha specificato in una conferenza stampa il sindaco di Venezia Paolo Costa, «ha ritenuto che il seguito di sua competenza fosse quello di disdire il consiglio di amministrazione previsto per il 22 dicembre» (dove probabilmente sarebbe stata riconfermata la nomina del direttore della Mostra del cinema, Moritz De Hadeln, ndr). Il gesto di sfiducia del ministro Urbani non giunge inatteso: già l'ex presidente Baratta era stato mandato via in anticipo con modalità molto simili a quelle attuali. La precedente «marcia indietro» sul decreto che affossava del tutto l'autonomia della Biennale era in realtà finalizzata a far sì che la riforma della «Società di cultura» passasse il più in fretta possibile così da congelare (meglio, cancellare) le nomine della gestione Bernabé e far scadere il mandato a De Hadeln. «L'obiettivo di Urbani - ha detto Valerio Riva, consigliere forzitaliota - è mettere le mani sulla Mostra del cinema e farne qualcosa che non ha nulla a che vedere con la sua tradizione. Non so chi ci sia dietro questa operazione ma ho i miei sospetti: dopo la mancata premiazione del film di Bellocchio prodotto dalla Rai, è cominciata l'offensiva per buttar giù questo cda e sostituirlo con uno più docile. Vogliono il Telegatto al posto del Leone della Mostra». «Sarà il polo unico delle tv a mettere le mani sulla Biennale? - incalza Giuseppe Giulietti, deputato ds - tutto ciò che sta accadendo lascia supporre che il governo non abbia mollato la presa, soprattutto sulla Mostra del cinema, il boccone più ghiotto per chi già controlla le tv, la distribuzione, la torta della pubblicità». Anche chi aveva appoggiato il gesto «conciliativo» di Urbani sulla bozza di riforma, si trova ora in grande imbarazzo. In molti, tra i consiglieri, si chiedono poi se il testo definitivo rimarrà lo stesso, visti i trucchi e i giochetti politici con cui si cerca di cambiare lo scenario della Biennale. Per l'opposizione, il telegramma di Urbani è un vero golpe, «uno sfregio al parlamento» e il ds Martella (ma si associa anche la Margherita) non esita a chiedere le dimissioni di Urbani «perché totalmente inaffidabile». Dal canto suo, il ministro cade dalle nuvole: «Io ho soltanto comunicato la fine dell'iter parlamentare del decreto di modifica dello statuto della Biennale - ha sostenuto - Non ho intimato un bel nulla». E ha poi proseguito così: «È evidente che amministratori di buon senso, rispettosi dei denari pubblici, dovrebbero ritenere preferibile evitare di assumere una decisione nel momento in cui il consiglio di amministrazione decade a causa di questo nuovo decreto che verrà approvato nei prossimi giorni. Effettuare delle nomine in queste situazioni potrebbe ledere l'autonomia del futuro consiglio». L'ingenuità manifestata di Urbani in sua stessa difesa non convince il prosindaco di Venezia Gianfranco Bettin che insiste sul fatto che il governo abbia azzerato i vertici della Biennale in nome di una lobby politico-affaristica (Rai-Mediaset) che tutti gli interessi a entrare in campo. Franca Chiaromonte, responsabile dipartimento cultura ds, insorge: «È una bugia grossolana quella della conclusione dell'iter parlamentare, visto che il documento è ancora al vaglio del consiglio dei ministri. Urbani ha compiuto un blitz che annulla qualsiasi principio di autonomia della Biennale. Di fatto, siamo al commissariamento». E De Hadeln? Non si scompone e, di ritorno da un viaggio in Siria, denuncia il rischio di immobilismo e di credibilità internazionale se il festival dal 1 gennaio non avrà una guida. Diplomaticamente, resta però a disposizione di Urbani e difende il suo progetto di rilancio della Mostra, peraltro già consegnato al cda della Biennale. Ma a salvare le sorti della Mostra potrebbe essere chiamato a sorpresa Giuliano Montaldo, capo di Rai cinema.