Da lungo tempo tengono banco, come molti sapranno, le controversie circa la "restituzione" dei cosiddetti Marmi Elgin (dal loro prelevatore, appunto Lord Elgin), ancora massimo ornamento del British Museum, alla Grecia e quindi al Partenone di Atene. Sulla vexata quaestiointerviene da ultimo Salvatore Settis nell'introduzione a L'eco dei Marmi di Vincenzo Farinella e Silvia Panichi (Donzelli, pp. 128, euro 23), pubblicata parzialmente ieri da "La Repubblica" nelle pagine culturali. Scrive a un certo punto Settis, allargando il suo ragionamento: «Ma dalla Grecia vengono decine di migliaia di sculture, vasi dipinti, bronzi e oggetti di scavo, che riempiono i musei di tutto il mondo, Perché, allora, non si rivendica il ritorno di tutto? Perché, per esempio, la Grecia non chiede al British Museum la restituzione del fregio del tempio di Bassai, asportato nel 1812 senza nemmeno uno straccio di autorizzazione delle autorità ottomane? E se il principio è di "riportare ogni cosa al suo posto ', perché non dovrebbero essere restituiti all'Italia le migliaia di quadri, vasi, statue di provenienza italiana che popolano musei e collezioni di tutto il mondo? E i vasi greci trovati nelle tombe etrusche vanno "restituiti" ai toscani o ai greci? Dovremo smontare tutti gli obelischi di Roma per rispedirli in Egitto?». Queste le domande (retoriche) e questa la risposta: (citiamo dal sommarietto de "La Repubblica") «Se passasse il principio della restituzione al paese d'origine vi sarebbe un vero caos». Quindi la restituzione è assurda e pericolosa. Tutto giusto, da sottoscrivere in pieno. Epperò il bravo Settis, noto archeologo e storico dell'arte, ex direttore del Getty Museum di Los Angeles, direttore della Normale di Pisa e curatore del bel volume Einaudi I Greci, nonché, attenzione, consulente principe del Ministero della Cultura, dimentica qual-cosa di importante. Dimentica Axum. L'obelisco di Axum. Smontato e sul punto di essere rispedito in Etiopia. Senza che lui, fino a prova contraria, abbia mosso un dito, o almeno un appunto, per impedirlo. «La cosa non mi stupisce affatto», chiosa Vittorio Sgarbi, «certe rimozioni sono tipiche di una persona che non fa nulla senza un motivo. Basti pensare che nel suo libro Italia S.p.A. L'assalto al patrimonio culturale (Einaudi), scritto appena prima di prendere il mio posto al fianco di Urbani, si è guardato bene dal citarmi. Su Axum ormai siamo al paradosso che la destra fa effettivamente quello che la sinistra diceva soltanto; ennesima prova di un Berlusconi in preda a "venti di demenza"». A questo punto, viene il sospetto che abbia ragione Gianfranco de Turris, che sia «solo un problema politico»: «L'obelisco di Axum è considerato, anche se a torto, una preda di guerra fascista, del fascismo male assoluto". Equindi chissenefrega. Lo si rimandi pure indietro su un aereo da af-fìttare appositamente, dalla Russia o dagli Usa. Tanto paghiamo noi cittadini». Altrimenti, professor Settis, perché il suo ragionamento dovrebbe valere per tutto, dai fregi del Partenone agli obelischi egizi, ma per Axum no? Si abbia, se non altro, il coraggio di ammetterlo e di ricordarlo quando capita l'occasione.
L'Italia prima restituisce i suoi reperti, poi difende quelli inglesi
Salvatore Settis, archeologo e storico dell'arte, ha scritto un articolo in cui sostiene che la restituzione dei marmi Elgin al Partenone di Atene è assurda e pericolosa. Settis cita l'esempio dell'obelisco di Axum, che è stato smontato e si trova ora in un museo, ma non ha mosso nulla per impedirlo. Vittorio Sgarbi, critico d'arte, risponde a Settis, sostenendo che la sua mancanza di azione per l'obelisco di Axum è tipica di una persona che non fa nulla senza un motivo. Sgarbi suggerisce che l'obelisco di Axum sia considerato una preda di guerra fascista e che quindi non ci sia bisogno di restituirlo.
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