Fabrizio Vona è, da pochi giorni, il nuovo Soprintendente ai beni artistici ed etnoantropologici della Puglia, in una Soprintendenza che torna ad essere imita dopo aver conosciuto una stagione di frammentazione amministrativa che prevedeva uno sdoppiamento di sedi, Bari e Foggia, per i territori a Nord, Taranto, Brindisi e Lecce, per quelli a Sud. Vona è di casa negli uffici di San Francesco alla Scarpa, dimora della Soprintendenza, dove ha diretto il laboratorio di restauro e dove ha lavorato per anni come ispettore. Luogo del quale conosce bene, peraltro, i grossi problemi organizzativi, le carenze, la penuria di finanziamenti e i reiterati tagli, tutte penose questioni che affliggono da sempre le amministrazioni periferiche e nel complesso il reietto ministero per i Beni culturali. Non sembra preoccuparsene più di tanto quando afferma con entusiasmo: «Abbiamo bisogno di un grande sforzo di fantasia per proporre non solo la routinaria mansione di tutela ma anche una serie di attività culturali. Finora siamo stati costretti a fronteggiare lemergenza, a mandare avanti le cose quotidiane senza avere la possibilità di fare dei progetti. Io credo che la mia conoscenza del territorio e gli ottimi rapporti che in questi anni ho stabilito con le istituzioni, Regione, Comune e Università, mi consentiranno di portare avanti delle iniziative interessanti anche cominciando a sensibilizzare altri soggetti economici, fondazioni e associazioni di categoria. Serve uno sforzo comune per riunire risorse come succede al Nord, dove le collaborazioni pubblico-privato funzionano da tempo e con ottimi risultati». Da che cosa pensa di partire? «Innanzitutto dalle attività didattiche. Non è pensabile che una Soprintendenza che si occupa di tutela e valorizzazione del patrimonio artistico presente nella regione, non svolga un ruolo educativo partendo dai giovanissimi. La tutela non può essere autoreferenziale ma deve essere partecipata, sentita come necessaria dalla comunità. Cominceremo da questo e da una serie di iniziative non obbligatoriamente orientate ad una visibilità fine a se stessa». Si riferisce, per esempio, ai pacchetti espositivi importati, di grande richiamo mediatico ma di scarsa ricaduta nel locale? «Anche questo è auspicabile ma non bisogna però dimenticare che esiste um tessuto da approfondire. A riguardo abbiamo pensato a piccole mostre che aiutino a sciogliere dei nodi, a mettere in relazione elementi frammentari della cultura artistica nostrana. Ho in mente, per esempio, una mostra da titolarsi "Lorenzo Lotto 1542" che faccia luce su un anno gravido di eventi per lartista veneziano. Nel42 Lotto lavora molto in Puglia e nellentroterra veneziano e allaccia legami più stretti con la riforma luterana. Ci sono cinque o sei quadri che testimoniano di questo fervore creativo, basterebbe riunirli per ricomporre un tassello fondamentale della sua produzione, utile anche ad una più profonda conoscenza della realtà locale». Cosaltro ha in cantiere? «Realizzeremo una grande mostra sulla scultura lignea suddivisa in tre grandi cicli partendo dal basso Medioevo per giungere fino al Settecento. Caduto il tabù vasariano sulla scultura lignea, si sta procedendo ad una grande rivalutazione di questa produzione nella quale potremmo inserirci con delle opere di pregevole fattura. La seconda grande impresa riguarda la pittura veneta di Puglia, una stagione importante estesa dal Trecento al Settecento, oggi arricchita con nuove scoperte e con restauri, da noi recentemente conclusi. Si tratta di ricomporre una rete di rapporti e, soprattutto, di chiarire le motivazioni di una committenza locale che da sempre ha guardato alle botteghe venete per le sue richieste artistiche, non sappiamo se per il consolidarsi di una convenzione commerciale o per una reale conoscenza culturale. E infine, a breve, prevediamo lapertura al pubblico della collezione De Vanna a Bitonto». E per larte contemporanea, ci saranno progetti? «Mi piacerebbe lavorare anche in questo ambito, perché avere a che fare con larte contemporanea è come sottoporsi ad una seduta psicanalitica. Non basta fare uno sforzo interpretativo ma bisogna fare i conti con se stessi. Quando si maneggia larte antica invece la distanza storica in qualche modo protegge da implicazioni individuali. Considererei la possibilità di commissionare ad artisti contemporanei delle opere per i nostri castelli, provando ad interpretarli con una sensibilità nuova in modo da portare avanti una duplice azione, realizzare nuovi eventi e contemporaneamente promuovere le emergenze monumentali anche nellottica di un turismo culturale tutto da costruire».