Per il restauro dei Beni architettonici lo Stato riesce a spendere ogni anno solo il 40 dei denari disponibili mentre, per restaurare tavole, tele, affreschi, sculture, oggetti mobili di ogni genere, riesce a spendere il 6o delle somme stanziate. Certo, il trend appare positivo, nel 2004 si usavano solo il 4o degli stanziamenti mentre nel 2007 si è giunti appunto al 6o. Altro problema è quanto lo Stato direttamente mette a disposizione per i restauri: nel 2004 erano 26 milioni di euro, 29 nel 2005, solo 18 nel 2006, 28 nel 2007; certo, a quelle cifre si deve aggiungere quanto viene dal Lotto, beni i milioni di euro nel 2007, che innalzano la intera cifra a disposizione a oltre 4o milioni di euro, ma resta il fatto che ne sono stati spesi 24 circa mentre i6 sono andati a residuo. Perché dunque si riesce a spendere per i Beni architettonici meno della metà delle cifre stanziate e il 6o per i Beni storico-artistici? Risponde Roberto Cecchi, direttore generale del ministero per i Beni culturali: «Sono le procedure, le gare dappalto imposte dalla legislazione europea oltre una certa cifra, a dilatare enormemente i tempi del restauro architettonico, mentre in genere il restauro di un dipinto, di una scultura, di un affresco costa molto meno e permette interventi rapidi. Il soprintendente, il direttore del museo affida lopera direttamente a un tecnico di fiducia e per questo il restauro si conclude spesso entro lanno. A volte però i tempi si allungano. Infatti quando inizi un restauro non puoi conoscere tutti i problemi tecnici, come nel caso della Madonna del Cardellino di Raffaello, per fare un esempio, dieci anni di lavoro allOpificio delle pietre dure, o come nel caso di opere di grandissimo peso storico per le quali una lunga ricerca preventiva si impone, e ricordo solo quelle di Cimabue e Giotto da Assisi a Padova». Un altro problema, anche questo non ancora risolto, è quello della conoscenze. Quanti sono e dove sono i Beni dello Stato, salvo quelli nei musei, è difficile saperlo proprio perché la catalogazione di questi Beni ancora oggi è molto carente, a oltre un secolo dalla creazione degli istituti di tutela. Si calcola che, per i Beni architettonici, il catalogo sia giunto solo al 3o, per cui il 70 resta non tutelato; del resto nessun ente locale o privato ha interesse a una schedatura che limita il valore venale delledificio e impedisce la sua distruzione o delle modifiche sostanziali. Così si mette a rischio, sottolinea Cecchi, «proprio la integrità del patrimonio ma anche la fisionomia dei nostri centri storici». Va peggio però per i cosiddetti «beni mobili». Il catalogo di questi, nonostante decenni di lavoro, resta a 4 milioni di pezzi, mentre la Cei ne ha schedati 2 milioni, ovviamente nelle chiese. Ma quante sono le opere da schedare, fuori dei musei, nel territorio e nel privato? Anche dopo le razzie degli antiquari nelle chiese di tutta Italia negli anni dai '6o ai 70, rese difficili in seguito grazie allimpegno del Nucleo di tutela dei carabinieri e adesso allimpegno della Chiesa stessa, si calcola che il patrimonio pubblico schedato sia circa un quinto di quello esistente. Insomma un invito indiretto alla distruzione, o alla svendita. Quanto al patrimonio privato la percentuale dei beni schedati e sotto tutela potrebbe essere inferiore al io per cento, e si parla sempre di dipinti, di arredi significativi, opere da battere nelle maggiori aste. Altro problema, il numero dei funzionari e la loro distribuzione sul territorio. Le soprintendenze in Italia sono 26 ma sono soltanto 300 gli storici dellarte, con assurde concentrazioni, per esempio a Firenze e a Roma, e quasi nessuno in periferia dove i problemi sono certo maggiori. «La caratteristica dellItalia rispetto a Francia o Germania o altri Paesi delloccidente è la cultura diffusa sul territorio - precisa Cecchi - con la differenza che la nostra civiltà nasce, oltre che dalla qualità e quantità dei monumenti, proprio dalla ricchezza del tessuto delle opere considerate un tempo minori e che sono la chiave per capire il sistema». Per valorizzare il tessuto artistico del nostro Paese si sono creati quattro grandi poli museali che fanno centro su Venezia, Firenze, Roma e Napoli. Il sistema di Roma comprende 7 musei, 4 quello di Venezia, 6 quello di Napoli, ben 20 quello di Firenze. Si è anche realizzato un biglietto cumulativo a poco prezzo per tutti i musei del sistema: si va dai 18 euro di Venezia agli i 1,50 di Firenze, e questo facilita la ridistribuzione dei visitatori e depolarizza i musei chiave, Accademia a Venezia, Capodimonte a Napoli, Uffizi e Pitti a Firenze, Borghese e Barberini a Roma. Un altro fatto importante è il prossimo raddoppio delle superfici dei maggiori musei, il che vuol dire servizi e crescita del numero delle opere esposte; si sta passando dai 5.400 ai 12.000 mq agli Uffizi, dai 6.ooo ai 12.000 alle Gallerie dellaccademia a Venezia, dai 2.500 ai 4.ooo alla Galleria nazionale dellUmbria, mentre Palazzo Barberini cresce di 2.700 mq. Da due generazioni almeno lItalia, sulla metodologia del restauro e sulle tecniche, ha assunto un peso internazionale che nasce anche dalla fondazione dellIstituto centrale del restauro a Roma, proposto da Giulio Carlo Argan e da Cesare Brandi il quale lo dirigerà con passione per molti anni. La sua «Teoria del restauro» è tradotta ovunque, adesso anche in cinese, e specialisti italiani sono chiamati a proporre modelli di intervento per la Grande Muraglia e per la Città Proibita a Pechino, ma essi operano anche in Egitto e ovunque, in Europa e fuori. E poi esistono competenze assolutamente uniche come quelle che si concentrano nellOpificio delle pietre dure a Firenze: «LOpificio prosegue la tradizione artigiana toscana e ha sviluppato conoscenze amplissime, dal legno ai metalli, dalle ceramiche ogni genere di supporto» ricorda Antonio Paolucci, già soprintendente della Toscana e adesso direttore dei Musei vaticani. Ma allora quali possono essere le proposte urgenti di intervento? Prima di tutto una grande leva di specialisti, reclutati nelle università, per la catalogazione dei materiali; urge quindi almeno raddoppiare il personale scientifico dei musei, ce ne sono più al Metropolitan di New York che in tutta Italia, e vigilare sulla distribuzione sul territorio. Quanto alla spesa non si può pensare di investire soltanto 4o milioni di euro in un patrimonio che, da solo, porta in Italia ogni anno 30 milioni di turisti. Infine si dovrà spostare laccento dai grandi restauri al tessuto minore, indispensabile per salvaguardare limmagine stessa della nostra cultura.