Un buon esempio, una strada da seguire. Perché il restauro della «Pala di San Zeno», capolavoro di Andrea Mantegna, prende lavvio da una di quelle tanto vituperate «mostre spettacolo» spesso messe sotto accusa per troppo sensazionalismo o per scarsa scientificità, difetti che certo non erano della mostra di Palazzo della Gran guardia di Verona («Mantegna e le arti a Verona», settembre 2006-gennaio 2007). Ma quella esposizione poteva rimanere, come in molti altri casi, solo «un bel momento». Invece, allindomani dellesposizione, il Comune di Verona pensò di destinare una buona parte dei ricavi della mostra per sostenere appunto il progetto di restauro della «Pala»: «un intervento molto graduale, in cui si cercherà di mantenere il giusto equilibrio tra conservazione della struttura e fruibilità estetica» come spiega Marco Ciatti, direttore del settore di Restauro dei dipinti su tela e tavola dellOpificio delle pietre dure di Firenze, che si occuperà della «Pala». Il tutto in due anni. Dunque: tempi brevi, uno staff supercollaudato e una speciale procedura che permetterà di stringere ulteriormente quei tempi «vista limportanza dellopera e il significato che riveste per la sua città». AllOpificio il restauro è già iniziato anche perché le condizioni della «Pala» sono assai precarie, davvero inconciliabili con limportanza di questo capolavoro che Andrea Mantenga iniziò a dipingere nel 1457 (quando ha trentanni ed è oramai celebre), unopera complessa «in cui convivono pittura, scultura e architettura», una tappa fondamentale del Rinascimento. Le magagne della «Pala» erano appunto venute fuori nel 2oo6 durante una verifica per valutare la possibilità di smontare lopera per poi esporla a Palazzo della Gran guardia: naturale invecchiamento, precedenti interventi, errato rimontaggio, attacco degli insetti xilofagi, il pesante restauro eseguito da Mauro Pelliciolinel 1934 (che aveva tolto loriginale sistema di sostegno e cercato ,di raddrizzare le tavole tramite incisioni parallele), una superficie pittorica deformata con «sollevamenti dì colore già a lìvello di bolla» che rischiavano di cadere. Un intervento di primo soccorso (giusto per poterla esporre in mostra) poi quello definitivo che vede oggi coinvolti (tra gli altri) Mibac, Opificio, Comune di Verona e Curia. Lidea è quella «di un controllo più flessibile del tavolato, rendendo linsieme il meno rigido possibile per assecondare i naturali movimenti del supporto». E poi una «operazione» sui punti deboli del colore ma non una «decisa» pulitura «di cui non cè attualmente necessità». In contemporanea andrà avanti il restauro della bellissima cornice lignea che presenta numerosissime cadute, distacchi e sollevamenti della doratura, oltre a parti mediocremente rifatte oppure trattate «ad imitazione delloro». Solo alla fine, tra due anni o poco più, si deciderà se la «Pala del Mantegna» potrà essere riportata in San Zeno (ma dopo unadeguata bonifica ambientale) o se verrà spostata. Magari in un museo, magari in una teca climatizzata come quella da lungo tempo «pensata» (però mai realizzata) per la «Porta del Paradiso» del Ghiberti.