Dopo la «sfiducia» allassessore Vittorio Sgarbi, Milano attende una decisione dal sindaco Letizia Moratti per la cultura. Probabilmente non sarà una scelta immediata e il successore potrebbe anche non essere italiano, così come è accaduto per il sovrintendente della Scala. Di certo mai come in questo periodo ci si rende conto che lincarico in questione è delicato e strategico. 0 meglio: ha il compito di presentare, in attesa dellExpo, una città al mondo delle idee. Non spetta a noi entrare nel merito delle questioni che hanno portato alla rottura tra Sgarbi e la Moratti, né suggerire questa o quella soluzione. Personalmente ci auguriamo che sia un uomo di cultura o un politico e non un manager, ma non è possibile ignorare quantosia difficile essere assessore in una metropoli. Per dirla con una battuta: è più facile ricoprire lincarico di ministro della cultura di una nazione. Le pressioni, i problemi, sovente i pasticci da affrontare sono sempre imprevedibili. E vanno risolti capillarmente, utilizzando pazienza e strategia più che competenza. Ci sembra inoltre doveroso sottolineare che lassessore alla cultura delle grandi città moderne è gradito quando assomiglia al basso continuo delle orchestre: è considerato bravo se non si sente, anche se diventa determinante per la qualità dellesecuzione. In altre parole, chi siede su quella poltrona in una realtà come Milano dovrebbe offrire dei valori aggiunti senza apparire eccessivamente. Questo, almeno, è quanto taluni sindaci vorrebbero e molti cittadini desidererebbero nel segreto del loro cuore. Certo, codesti propositi esistono soltanto in teoria in una società basata sullimmagine, per la quale lapparire è diventata la prima virtù. Ma cosa chiede Milano a un assessore alla cultura? Tentiamo un riassunto semplice semplice: una mostra che rimanga nella memoria internazionale, un evento capace di creare tendenza, iniziative in grado di alimentare idee. Qualcosa come lineguagliata manifestazione che ha rilanciato il Futurismo (avvenuta troppo tempo fa). E poi spazi; spazi per quelle categorie che si fanno sentire quando ne sono prive: linventario va dai poeti agli artisti da strada, dai giovani ai collezionisti. Qualcosa si è fatto, ma il più resta ancora da progettare. Per presentarci con il giusto credito culturale al mondo ci vogliono cose grandi, importanti, uniche. Dovremmo vedere un americano, un russo, un argentino, un australiano, un cinese e il solito giapponese in fila che ammettono di non aver potuto ignorare un certo evento. Esempi? Ne riportiamo uno, semplificandolo allosso, che il vostro cronista ha raccolto girando il mondo: perché non fate a Milano la più importante mostra su Leonardo voi che avete il Cenacolo, il Codice Atlantico, il quadro di Gaffurio e certe sue cose che non si possono trasportare? Lasciamo leventuale risposta allassessore che verrà. Al quale ricordiamo semplicemente che in nome dellExpo si possono anche e soprattutto eliminare tutti quei residui provinciali che hanno quasi soffocato Milano.