DOMENICA, 11 MAGGIO 2008 Pagina 36 - Cultura Ricorsi storici il fatto La polemica innescata dallidea, presto cambiata, del nuovo sindaco di Roma Alemanno di rimuovere la grande teca costruita da Meier attorno allAra Pacis riporta alla memoria la furia demolitrice di Mussolini e del Ventennio E ripropone leterno confronto tra architettura e potere che quasi sempre produce risultati pessimi per entrambi ah, la tentazione ricorrente del piccone! Metaforico, quando stava per crollare la Prima Repubblica, quello impugnato dallallora presidente della Repubblica Francesco Cossiga. Ben reale, una quindicina di anni dopo, quello evocato dal novello sindaco di Roma, Gianni Alemanno, che per un paio di giorni, appena eletto, ha lasciato credere di voler rimuovere la grande teca o la scatolona di travertino, se si preferisce, entro cui larchitetto newyorchese Meier ha racchiuso lAra Pacis. «Intervento invasivo da rimuovere»: questa la formula. Poi è anche vero che Alemanno ci ha ripensato, relegando il proposito nellelenco, invero senza fine, delle «non priorità». Eppure quel riflesso distruttivo è bastato ad accendere limmaginario. È ricomparso il fatidico strumento, manico di legno, ferro compatto, robuste braccia a vibrare i colpi, rumore sordo e tutto intorno nuvole di polvere e calcinacci. Era un po che non accadeva. Nel merito, la prospettiva demolitoria sarebbe da considerarsi anche a livello di ipotesi del tutto ansiogena, lultimo atto di una «disgraziata saga», come a suo tempo lha inquadrata Arbasino, «un pasticcio di patate bollenti» in cui da tempo larchitettura e il potere si confrontano con risultati pessimi per entrambi. Si pensi che appena tre anni e mezzo impiegarono gli antichi romani a scolpire quei marmi in onore dellimperatore Ottaviano Augusto; mentre più di dieci anni ci sono voluti, dopo due millenni, per smantellare la vecchia teca-acquario del Morpurgo, frettolosamente allestita nel 1938, e costruire lodierna e controversa vetrinona. Un decennio segnato da sventure e litigi, il traffico rallentatissimo sul lungotevere, lo sciopero della fame di Sgarbi, il rogo solenne di un plastico, e disfide, capricci, vendette anche trasversali fra «archistar», messa in pista di commissioni consultive e correttive, pronunciamenti plurimi, da Italia Nostra alla Corte dei Conti, avvertimenti delle sovrintendenze e comizi di An con tanto di attivisti mascherati da centurioni; senza contare le fantastiche visite al cantiere dello stesso Meier, distratto, sudato e giulivo come in un film di Fellini, «Very nice, very nice». Ecco insomma in quale contesto si colloca leventuale ri-picconamento del manufatto - che Iddio lo risparmi alla capitale e alla sua già provata cittadinanza. E magari lenigmatica collocazione della teca in una non meglio precisata periferia. Eppure, come ti sbagli, a ogni cambio di equilibri politici lo spirito devastatore e il culto del piccone e della palla dacciaio tornano a colorare la vita pubblica. Così come è sicuro - luna cosa tira laltra - che il nuovo potere prima o poi cercherà anchesso di celebrarsi a suon di monumentali celebrazioni, come del resto succede in tutto il mondo. Vedi i risoluti progetti urbanistici del neo eletto sindaco di Londra, Boris Johnson; come pure la vicenda dei grattacieli milanesi di CityLife, le tre torri sghembe e pendule di Libeskind a proposito delle quali il presidente Berlusconi, contrarissimo come Celentano, si è concesso unardita valutazione fallico-urbanistica, comè ovvio a maggior gloria del suo potere, anche sessuale. Ma a Roma tutto diventa più complicato e al tempo stesso addirittura illuminante. Così conviene notare un che dimperioso nel modo in cui Alemanno ha posto la questione di «liberare» il centro storico della capitale da tutti gli altri «sfregi» immaginati, pianificati o già procurati dalle amministrazioni di sinistra. Con il che si andrebbe dalla rimozione dei tubi Innocenti sul Colosseo al rifiuto di procedere con il maxi-parcheggio del Pincio, dallidea di lasciare i sanpietrini di via Nazionale al riadattamento delloriginale statua di Marco Aurelio sul Campidoglio, a parte gli interventi di più specifica e detonante ispirazione sgarbiana tipo «bombardare» gli ascensori del Vittoriano o richiedere allEtiopia la stele di Axum. Scherzava laltro giorno larchitetto Fuksas: «Chissà che Alemanno non decida di ripristinare anche la Spina di Borgo, sciaguratamente distrutta nel ventennio», per far posto a via della Conciliazione sgombrando la vista di piazza San Pietro. Ma è uno scherzo, questo di Fuksas, più che paradossale, nel senso che solo a Roma, forse, il piccone della destra potrebbe abbattersi proprio là dove a suo tempo si era levato quello del regime fascista. A riprova di come qui e solo qui il potere sia obbligato, condannato o forse abbia la più spontanea, vitale e inesorabile compulsione di tornare sul luogo del delitto. E non si irriti né si dispiaccia Alemanno, ma è sempre e ancora a lui che si torna: alla Buonanima. Cè una quantità di filmati e fotografie che illustrano Mussolini, in borghese come in divisa da generale della Milizia, che con quellutensile in mano assesta dei colpi pazzeschi. Per strada, sui terrazzi, da solo o contornato di gerarchi, comunque davanti a obiettivi e cineprese il duce buttava giù muri alle pendici del Campidoglio, tra le casupole di Borgo, attorno allodierna via dei Fori Imperiali, di qua e di là del Tevere, inaugurando quegli sventramenti che modificarono a fondo lassetto della capitale - e anche offrirono potenti e malinconici paesaggi alla mirabile serie di Demolizioni, appunto, eseguite praticamente dal vivo da Mario Mafai. Si deve a Mussolini, che del giornalista di vaglia aveva tutto lestro rapido e creativo, il successo non solo semantico della formula picconatoria. Teorizzata in Senato il 18 marzo del 1932, alla presentazione del Piano regolatore di Roma: «Un conto, o signori, sono i monumenti, un conto sono i ruderi, un conto è il pittoresco o il cosiddetto colore locale. Questultimo, il pittoresco sudicio è affidato - e qui il duce assestò la zampata semantica: - a sua maestà il piccone». Tutto era destinato sotto la sua poderosa spinta a crollare, «e deve crollare - secondo il programma mussoliniano - in nome della decenza, delligiene e, se volete, anche della bellezza della capitale». E si aprì lera del «piccone risanatore». Per Mussolini attrezzo-simbolo di un attivismo frenetico che Roma e la sua architettura passata e futura - lo spiega molto bene Emilio Gentile nel suo recente Fascismo di pietra (Laterza) - finiva per considerare come arsenale di miti, deposito di destini imperiali, ma anche bersaglio di risentimenti che il duce nutriva fin dalla giovinezza nei confronti della città eterna. Il modo in cui la polverizzazione di interi quartieri veniva allora presentata colpisce per i toni che a prescindere dalla limpida prosa e dal ritmo che vi imprime Ugo Ojetti in Cose viste, un pochino francamente ricordano laccentuata personalizzazione di certe odierne cronache. E dunque: «È in atto la volontà di Benito Mussolini. Archeologi, architetti, soprastanti, manovali lavorano, si può dire, per lui, aspettano la visita sua, il consenso suo, quel sorriso che comincia in un lampo degli occhi, e talvolta si ferma lì. Tanto che sera per sera, ora per ora, egli è informato dogni ritrovamento e dogni nuovo problema; che anzi dalla sua finestra di Palazzo Venezia saffaccia spesso a osservare le squadre che lavorano al Foro Traiano e se gli sembra che siano più rade e più lente, dopo un attimo un suo messo piomba lì a svegliare i dormienti». Ora, limitando al minimo i paragoni: è possibile che il duce detestasse una certa Roma, molle e pantofolaia, assai più di quanto Alemanno e i suoi ce labbiano con le terrazze, le mostre, i loft, il red carpet di Veltroni o le feste di compleanno di Bettini. Ma certo colpisce come, fra tanti luoghi di questa città dinfinita storia, il nuovo sindaco sia andato ad evocare il piccone proprio là dove il fascismo sera ben esercitato per impiantare la sua effimera mitologia. Potere e magia delle coincidenze. Dietro lAra Pacis, tra cipressi polverosi, circondato da ingombranti e marmorei palazzoni di stile razionalista, insieme a una nutrita colonia di gatti riposa il Mausoleo di Augusto, già Auditorium dellUrbe. Mussolini era assai superstizioso, e quindi non si diceva, ma il progetto era di fare di quel monumento circolare lultima sua dimora, la tomba più grandiosa e anche megalomane che si potesse immaginare. Poi si sa comè andata a finire - anche se a Roma non finisce nulla. Alle spalle della teca di Meier continua ad aggirarsi il fantasma quasi gemello di Cola di Rienzo, il cui cadavere venne bruciato proprio da quelle parti. Sono le glorie e le magagne, le suggestioni, le tigne e i ribaltamenti della città eterna. Pare superfluo ricordare, a questo punto, che non cè piccone che possa resisterle.