Quei gusci di tartaruga utilizzati per suonare La scoperta dellarcheologa Castaldo a Lecce: così nacque larte delle muse nellantica Puglia La studiosa: "Nel IV secolo avanti Cristo fra il corredo funerario dei messapi anche strumenti primordiali" A custodirli era il museo Sigismondo Castromediano di Lecce. Due gusci (carapaci) di tartaruga che, scoperti dallarcheologa Daniela Castaldo antichista dellUniversità del Salento, dopo un approfondito studio hanno rivelato il loro antico originario. Si trattava di due casse di risonanza per strumenti primordiali simili alla lira. È così che, nella Puglia del passato, culla della civiltà della Magna Grecia, prendevano forma le origini della musica. Per paradosso, la musica dellantichità è muta. Se non in rarissimi casi non è stato finora possibile ricostruirne suoni, sequenze, immaginare risonanze, accordature, armonie. Solo intuirle, evocandole per suggestioni come hanno fatto i Synaulia, presenti anche nella colonna sonora del Gladiatore di Ridley Scott. Una storia tutta da riscrivere, insomma, a cominciare da improvvise intuizioni o sguardi più attenti. Come è capitato a Daniela Castaldo, antichista di formazione musicale, docente di Ricerca musicologica nellUniversità del Salento. «Ho scoperto che il museo Sigismondo Castromediano di Lecce custodiva due carapaci di tartaruga, due gusci che erano evidentemente casse di risonanza per strumenti come la lira». Ha chiesto di studiarli e da lì è partito un progetto che culminerà la prossima estate con la mostra, "Musica nella Japigia di Aristosseno" ospitata dal museo e curata dalla studiosa in collaborazione con il Museo archeologico di Taranto e lUniversità del Salento. Non solo, mercoledì scorso ha concluso il ciclo di incontri di archeologia musicale al Sass, lo Spazio archeologico sotterraneo del Sas di Trento con una relazione sulla "Musica nella magna Grecia: iconografie e nuovi reperti scoperti in Puglia". I due carapaci in questione provengono da scavi museali. Uno privo è di contesto, ritrovato in zona messapica, nel sito di Roca Vecchia, ed è relativamente completo con elementi di metallo che fungevano da corde. Laltro frammento è contestualizzato e permette di dare più informazioni poiché inserito in un corredo funerario. Dice della presenza della musica ai banchetti e, nel contempo, della grande raffinatezza del popolo dei messapi, indigeni con modi alla greca, il tutto intorno alla metà del IV secolo avanti Cristo. «Per caratterizzare il defunto si metteva nella sua tomba quello che era legato alla sua vita quotidiana - spiega la studiosa - pezzi di vasellame, coppe e uno strumento musicale». Attualmente il problema resta di sensibilità. «Un frammento di osso non identificato può essere uno strumento a fiato. Il carapace è più parlante ma non lo è altrettanto un cilindrino di osso o una percussione». Molto utile si rivelano liconografia che suggerisce i contesti duso o i testi antichi. Si procede inserendo questa tessera in un mosaico più ampio per «arrivare a creare unidea vaga dellimportanza della musica». Non solo, i carapaci, in quanto gusci di animale, offrono una sponda anche agli studi di archeozoologia. Per allestire la mostra leccese sarà utilizzata una parte del patrimonio del museo di Taranto con frammenti di carapaci, strumenti a fiato, coppe, statuette di terracotta che rappresentano donne che suonano, miniature fittili di strumenti ritrovati nelle sepolture femminili. Tra i pezzi anche un lutroforo, un vaso utilizzato per le purificazioni delle nozze, balsamari, specchi. Vasi arriveranno anche dal museo Jatta di Ruvo. Il tutto per parlare «di una regione altamente ellenizzata, che ama usare la musica ai banchetti», tra la fine delletà classica e linizio di quella ellenistica. Solo linizio di un lavoro che, utilizzando una nuova ottica musicale, dovrebbe poter rivedere gli scavi già effettuati per avere un quadro meno fumoso. Larcheologia musicale resta disciplina ancora molto di nicchia che ha cultori davanguardia in Germania dove la si pratica in maniera sperimentale, con riproduzioni e ricostruzioni.
PUGLIA - Così suonavano gli antichi greci: gusci di tartaruga con le corde. Nel corredo funerario gli strumenti musicali
Larcheologa Daniela Castaldo ha scoperto due carapaci di tartaruga nel museo Sigismondo Castromediano di Lecce, che sembrano essere casse di risonanza per strumenti primordiali come la lira. I carapaci provengono da scavi museali e sono relativamente completi con elementi di metallo che fungevano da corde. Uno dei carapaci è contestualizzato e permette di dare più informazioni sulla presenza della musica ai banchetti dei messapi, indigeni con modi alla greca, intorno alla metà del IV secolo avanti Cristo.
Artista / Persona
Bene culturale
Luogo