Parla la progettista francese: la sua firma sui nuovi spazi del Macro Odile Decq e il futuro I concorsi internazionali hanno aperto la città verso lesterno, lhanno tuffata nel contemporaneo In queste settimane Odile Decq sta lavorando a Marrakech, a Seul. Da Parigi, tiene sotto controllo il cantiere del Macro, ormai praticamente completo. Roma oggi da un punto di vista urbanistico. Che giudizio ne dà? «Finalmente la città si è svegliata, ha cominciato a tuffarsi nel contemporaneo. Gli ultimi interventi risalivano agli anni Settanta, poi più niente, sempre con questo terrore della Storia e dellarcheologia. Ora le cose sono cambiate, i concorsi internazionali hanno portato anche a Roma grandi architetti di tutto il mondo». Ma perché le presenze internazionali sono importanti? «Per unapertura della città allesterno. Perché la Storia non basta. E perché per interessare le persone e attrarre i turisti limmagine contemporanea è fondamentale, e i musei di arte contemporanea anche. Come il Macro e il Maxxi di Zaha Hadid. Hanno grande valore anche gli interventi di Fuksas, di Rem Koolhaas. LAra pacis di Meier, a parte ogni giudizio estetico, è stata un intervento fondamentale. Quando racconti queste cose allestero, la gente resta sbalordita. Ti senti dire: "ma davvero, a Roma si può fare tanto?"». Tuttavia, le difficoltà non mancano. Lei ne ha trovate? «Io trovo perverso il sistema italiano del ribasso negli appalti e che si vada veramente troppo per le lunghe. Il cantiere del Macro è aperto da quattro anni e ne servirà ancora un altro. Però il rispetto dellopera è sempre totale, questo va detto». Quali sono secondo lei gli elementi indispensabili per disegnare la Roma del futuro? «Le strutture che potenziano larte contemporanea, che richiama il turismo e nutre limmagine internazionale della città. È importante anche dare voce ai giovani architetti che hanno sulle cose un punto di vista inedito, fertile». Le città hanno bisogno di crescere fuori dal Centro. In questo senso la responsabilità degli architetti può avere dei riflessi sociali, come si è visto a Parigi dove le periferie-ghetto hanno dato problemi immensi. «La responsabilità in quel caso è tutta politica». Cosa bisogna mettere nelle periferie perché non diventino ghetti? «Collegamenti, soprattutto. Ma le cosiddette villes nouvelles non fanno parte della municipalità parigina. A Roma so che, là dove si sta costruendo, sono in progetto anche metropolitane e servizi». In alcuni casi, i costruttori hanno realizzato aree residenziali tralasciando appunto i servizi. «Anche questa è responsabilità politica. Gli interessi dei privati non coincidono mai con quelli pubblici, no?».