Se è vero, come ha scritto larchitetto Daniel Libeskind, che «ogni edificio è uno strumento per raccontare una storia, per parlare di altro oltre che di se stesso», la costruzione che possiede in sommo grado questa capacità sia simbolica che allegorica è oggi il museo. In agglomerati urbani ampliatesi a dismisura, spesso con la conseguente perdita di un centro e unidentità, il museo è diventato ledificio depositario dellimmagine condensata della città (così è per il Guggenheim di Bilbao), capace di orientare i flussi di spostamento (così avviene a Berlino con la Museum Inseln a Est e il Kulturforum a Ovest), e di trasformarsi nel simbolo identitario di interi quartieri (così è a Southwark con la londinese Tate Modem). In particolare nelle ristrutturazioni urbanistiche (a Manchester come a Lione, a Barcellona come a Groningen) il museo assume su di sé il ruolo di luogo dello spirito, scrigno della memoria, e pertanto non stupisce il fatto che anche nellex quartiere industriale della Bovisa, per il quale Milano sta da anni pensando una riconversione, subito dopo linsediamento del Politecnico sia arrivato un museo: piccolo, provvisorio, esteticamente insignificante (uno scatolone), privo di collezione permanente, ma con il marchio prestigioso della Triennale e una programmazione subito distintasi da ogni altra proposta cittadina. La sua formula non è assimilabile ad alcun modello: non ha le caratteristiche di spazio sperimentale e creativo come il Palais de Tokyo di Parigi o il P.S. i di New York; si avvicina forse più allHamburger Bahnhof di Berlino, ma non è come questa un edificio storico riconvertito e non possiede una collezione. Per il momento la Triennale Bovisa è un avamposto che sta a presidiare e a catalizzare lidentità di quello che sarà un nuovo quartiere (il cui master plan è affidato allarchitetto Rem Koolhaas), ma già si possono intravedere alcune caratteristiche che nel futuro ne potranno forse fare un prototipo esportabile. Innanzi tutto la Triennale Bovisa presenta un gemellaggio con lalta cucina, simile a quello inaugurato a Rivoli con Davide Scabin, ma mentre lì la forza del magnifico castello sabaudo, delle sue mostre e della sua collezione schiaccia il ristorante al ruolo di mero servizio aggiuntivo, il bistrot della Bovisa, aperto fino alle 24 e affidato a Moreno Cedroni, è invece un legame fondante e caratterizzante. Poi libridazione con la musica, attraverso la programmazione di concerti nel cortile antistante. Infine lapertura anche a design, fotografia e persino alloggettistica da mitografia come è avvenuto per la mostra dedicata al «Che». Un nuovo modello, dunque, che non si rifà a quello del museo spettacolare fiorito negli anni Ottanta-Novanta (il Mart di Rovereto), né a quello dellex edificio industriale o stazione ferroviaria riconvertito nella periferia (il Macro di Roma). La sua struttura leggera, provvisoria, sempre demolibile e dunque espugnabile da una creatività meticciata ne fa piuttosto un esemplare dello junkspace, lo spazio spazzatura in balia di forze ingovernabili, profetizzato da Rem Koolhaas. Del resto il museo non è mai stato un modello declinato allo stesso modo: se negli anni Ottanta doveva esprimere una sintesi tra bene culturale e bene economico, sullesempio americano che andava a sostituire la concezione degli anni Settanta per la quale il bene culturale coincideva con il bene collettivo, oggi al museo è affidato il ruolo di trainare e tirare con sé nuovi investimenti. Lisa Dennison, curatore capo del Guggenheim di New York, in unintervista del 2000 al New Yorker affermava: «Built it and they will come»: costruite un museo e tutto il resto - collezioni, visitatori, investimenti - arriverà. Nel giro di una dozzina danni (dal modello Ronchey) ai musei non si chiede già più di rendere economicamente (merchandising, bookshop), ma di fare da volano ad altri investimenti (non è un caso che siano stati proprio i commercianti a pagare il prolungamento degli orari dei musei nella notte bianca di Roma). In questottica il museo potrebbe guadagnare maggiore autonomia nella conservazione e valorizzazione del patrimonio. Potrebbe. Perché i modelli sono ancora in movimento e per una zona Bovisa che ha bisogno di un museo per lanciare lintera operazione edilizia del quartiere, nella stessa Milano cè un museo dellarte moderna, il Cimac, che nella centralissima piazza Duomo non riesce a decollare con i soli finanziamenti pubblici. Evidentemente negli amministratori manca la percezione di come laura del museo (il suo valore simbolico-religioso risalente alle prime esposizioni delle chiese e dei santuari) non sia venuta meno e anzi sia oggi più forte che mai come riferimento che aggrega la città in un simbolo e un orgoglio identitario.