Pubblichiamo una parte del saggio introduttivo di Salvatore Set-tisa "L'eco dei Marmi" di Vincenzo Farinelìa e Silvia Panichi (Donzelli, pagg, 128, euro 23) in libreria in questi giorni Verso il 430 dopo Cristo, il fìlosofo neoplatonico Proclo, che abitava presso l'Acropoli di Atene, fece un sogno: Atena, la dea del Partenone, scacciata dai cristiani, gli chiedeva ospitalità. Questo sogno nostalgico esprime bene non solo la fine di una religione e dei suoi monumenti, ma di un'età: le antiche divinità in fuga sosteranno solo per poco nei villaggi più remoti e (all'altro estremo dello spettro sociale) nelle case di pochi intellettuali pagani. L'Atene in cui San Paolo aveva predicato senza molto successo conservava ancora il volto impresso da Pericle all'Acropoli, ma presto il cristianesimo ne mutò l'uso e l'aspetto: nei Propilei s'insedia il vescovo, l'Eretteo si trasforma in chiesa della Madre di Dio, il Par tenone diventa chiesa della Vergine Maria (del resto il suo nome classico alludeva un'altra Vergine, Atena). Fu allora chiuso l'ingresso principale del Partenone, a oriente, e ne fu aperto uno dalla parte opposta; fu costruita un'abside all'interno della cella, e vi furono disposti altare, coro e seggio episcopale; le colonne esterne furono conservate, ma unite l'una all'altra da un muro (proprio come si vede ancora nella cattedrale di Siracusa, che era un altro tempio di Atena). Dopo la Quarta Crociata, il Partenone diventò una cattedrale di rito latino, con nuove trasformazioni dell'aspetto e degli arredi; il fiorentino Neri Acciauoli pose nei Propilei la propria residenza ducale, ma, imprigionato per un intrigo di Venezia, dovette vendere i tesori del Partenone, fra cui le lastre d'argento che ricoprivano le porte, per potersi pagare il riscatto. Intanto, l'acropoli veniva usata come castello e perciò fortificata con mura e torri. Fu dunque una chiesa contesa fra clero greco e clero latino e spogliata da un fiorentino, e non il Partenone di Pericle, l'edificio che ÌTurchi trasformaronosecondo un'identica logica di reimpiegoin moschea; e quella che occuparono nel 1456 non era l'Atene dei classici, ma poco più di un villaggio, di cui persino il nome era incerto (ricorrono infatti forme corrotte, come Satines). Accanto al Partenone sorse un minareto, le pitture cristiane furono coperte di calce, e l'acropoli utilizzata, ancora, come fortezza: tant'è vero che i Turchi, durante l'assedio veneziano del 1687, tenevano dentro il Partenone le proprie munizioni. Una bomba lanciata dai veneziani centrò il deposito, causando al tempio il danno più grande dell'intera sua storia. Ma la moschea fu ricostruita subito dopo, dentro il perimetro delle colonne, e rimase in uso per tutto il periodo turco. Fu da una moschea mussulmana semidistrutta dalle cannonate di Venezia che Lord Elgin prelevò, ai primi dell'Ottocento, i marmi che portano ancora il suo nome, e che sono il massimo ornamento del British Museum. La nuova Grecia, una volta conquistata l'indipendenza sull'ondata del filellenismo diffuso in tutta Europa, presto volle identificarsi nei valori di una grecita «classica»: e perciò subito spogliò l'Acropoli di ogni traccia del periodo turco. Più tardi cominciarono, e durano ancorale controversie per la «restituzione» dei marmi Elgin alla Grecia (nonostante siano a Londra da duecento anni), argomentate fra l'altro con la dubbia validità dei documenti con cui il governo ottomano autorizzava la spoliazione dell'Acropoli. Per esempio, il giurista americano David Rudenstine ha sostenuto recentemente che la versione originale del documento di autorizzazione (non conservata) può essere stata molto diversa dalla traduzione italiana (che invece è rimasta negli archivi). Il Select Committee del Parlamento inglese che decise l'acquisto dei Marmi da Lord Elgin, argomenta Rudenstine, esaminò la documentazione in fretta e senza approfondire troppo. Su quest'ultimo punto, Rudenstine ha probabilmente ragione: ma è giusto dedurne che, se una commissione parlamentare inglese è stata piuttosto superficiale nel 1816, i Marmi Elgin devono es-sere«restituiti»200anni dopo alla Grecia? Quanto alla traduzione italiana del documento di autorizzazione, Rudenstine ritiene che non sia un falso, ma forse piuttosto una bozza, redatta in italiano, che voleva suggerire alle autorità turche che cosa si dovesse scrivere in quel documento; ma gli indizi (in particolare il fatto che il traduttore dichiari di avere davanti un documento firmato e col sigillo di Seged Abdullah Caimacan) vanno in direzione del tutto opposta. Ma è ovvio che su questo o su altri punti la discussione potrebbe durare in eterno. Ma dalla Grecia vengono decine di migliala di sculture, vasi dipinti, bronzi e oggetti di scavo, che riempiono i musei di tutto il mondo. Perché, allora, non si rivendica il ritorno di tutto? Perché, per esempio, la Grecia non chiede al British Museum la restituzione del fregio del tempio di Bassai, asportato nel 1812 senza nemmeno uno straccio di autorizzazione delle autorità ottomane? E se il principio è di «riportare ogni cosa al suo posto», perché non dovrebbero essere restituiti all'Italia le migliaia di quadri, vasi, sta tue di provenienza italiana che popolano musei e collezioni di tutto il mondo? E i vasi greci trovati nelle tombe etrusche vanno «restituiti» ai toscani o ai greci? Dovremo smontare tutti gli obelischi di Roma per rispedirli in Egitto? Su questa strada, e in nome del principio della «restituzione», secondo cui «legittimo proprietario» di ogni opera d'arte sarebbe il paese che l'ha prodotta, non è mancato in tempi recenti chi ha invocato la «restituzione» all'Italia della Gioconda (dimenticando che il responsabile della sua «emigrazione» fu Leonardo in persona). Chi favoleggia di questo gran balletto di restituzioni (ma la Gioconda potrebbe andare anche a Roma o a Firenze, o solo a Vinci? E magari solo nella casa natale di Leonardo? Tutti i Raffaello a Urbino, tutti i Michelangelo a Caprese, tutti i Tiziano a Pieve di Cadore?) fa, non dimentichiamolo, una scelta di campo marcatamente anti-contestuale. Contro il principio dell'integrità del contesto, sceglie quello dell'opera-simbolo (o logo), della distinzione del «meglio» dal «peggio», dell'«alto» dal «basso». Insomma, si sposerebbe in tal modo la stessa identica logica secondo cui, per esempio, vanno protetti e non alienati solo i beni pubblici di «particolare» valore artistico, per gli altri pazienza, mettiamoli sul mercato. «Non venderemo il Colosseo», dicono infatti i nostri governanti (pur di rendere vendibile tutto il resto). Al contrario, anziché investire tempo ed energie escogitando nuove «restituzioni», assai più utile sarebbe impegnarci nelle battaglie, attualissime, per conservare in situ e nel contesto quello che c'è ora, per elaborare strategie di rigorosa difesa del nostro patrimonio, «maggiore» e «minore», in quanto costituisce un'unità contestuale inscindibile. Perché non accada che, mentre accumuliamo (sulla carta) rivendicazioni impossibili, le nostre chiese si svuotino e i nostri monumenti periscano. Trenta musei di tutto il mondo hanno proposto con una dichiarazione congiunta un'altra strada: reprimere duramente il traffico dei beni archeologici e artistici esportati in violazione delle leggi di tutela di ogni paese, ma non restituire ciò che fu esportato prima di quelle leggi. Il che fra l'altro incoraggerebbe i paesi senza leggi di tutela a darsene una. Nessuno può «ricostruire» l'Acropoli di Pericle (che è solo una delle molte Acropoli possibili), e ogni tentativo in tal senso non solo è destinato a fallire, ma può farsi solo a spese di qualcos'altro. Quello che oggi e domani faremo degli Elgin Marbles, del Partenone, dell'Acropoli, sarà comunque un fatto del nostro tempo, un tempo caratterizzato da atroci conflitti in nome della «pulizia etnica» e da un crescente pericolo di violare e perdere la nostra memoria storica, di semplificarla e banalizzarla rimuovendo quello che non ci piace (per esempio, le memorie turche sull'Acropoli) e restringendo al miniino le cose da salvaguardare, proteggere, ricordare, mentre il resto può esser lasciato al mercato, o distrutto per far posto al «nuovo», salvando pochi simboli del passato. Essi sarebbero in tal modo estirpati dal loro contesto storico, neutralizzati e resi innocui. Anziché raccontare vicende varie, complesse e ricche, come è la storia, di contraddizioni e di incroci fra popoli, religioni, culture, finirebbero per diventare slogan e logo di poche idées recues, corrispondere a una parata di bandiere nazionali. Perciò dovrebbe ripugnarci profondamente ogni progetto di «restituzione» su base etnica, ogni progetto di rimozione dalla memoria storica degli «altri», ogni tentazione di introdurre uno status tutto speciale per liste ridottissime di capolavori «supremi», mentre tutto il resto va in malora. Perciò quanto accadrà (o non accadrà) ai marmi Elgin sarà, in un verso o nell'altro, un segnale importante.