La prima reazione alla novità sulla Biennale uscita ieri dalla commissione cultura della Camera, è ovviamente di giubilo e soddisfazione, vista l'aria cupa che si parava sull'istituzione veneziana con l'ennesima pensata del ministro Urbani, che con la sua sorridente arroganza ha fatto già passare il pasticcio che permette la svendita dei beni culturali d'ogni genere. Tutti danno segni di sollievo e felicità, a cominciare dall'opposizione per continuare con gli enti locali di città e regione che alle nonne, ridicole e macchinose prima ancora che vergognose, si erano opposte in massa. Eppure c'è il pericolo, o almeno il forte presagio, che questo decreto di trasformazione della Biennale da «società di cultura» (creata da Veltroni nel '98) in Fondazione, riscritto e cambiato ieri nella commissione parlamentare, si possa rivelare una vittoria di Pirro per chi l'ha combattuto. Sorridendo imperterrito, il ministro Urbani ha accettato che ne venisse mutato il testo, come avevano richiesto l'opposizione, gli enti locali interessati, qualche intellettuale sparso, e da ultimi con forza gli ex direttori di settore della Biennale riuniti sabato scorso in Campidoglio. Toglie le cose più aberranti, da quelle sospette congreghe di consultazione e decisione (a capo di ognuna delle quali c'è qualche papavero ben legato a Urbani e alla maggioranza) che avrebbero alla fine avuto il potere delle scelte più importanti; e toglie anche quella pretesa di «indirizzo» che lui si arrogava in quanto ministro, annullando definitivamente la autonomia che è da più di un secolo la forza maggiore della Biennale. La richiesta più netta e unanime era però quella di ritirare il decreto legislativo, che già per la sua forma giuridica costituisce una forzatura che mal si coniuga con la democrazia. Il fatto che ministro e governo abbiano accettato in un paio di giorni di cambiare il decreto, ma non si siano sognati di ritirarlo, e avviare così una discussione vera e approfondito, rivela solo fretta, e anche arroganza. Fretta di portare a casa comunque un potere su quella zona mutante che è la cultura (si sta già concludendo il terzo anno di questa legislatura e della sua maggioranza), potere che andava ridefinito e blindato più di quanto non fosse avvenuto due anni fa. Tutti hanno visto e letto che questo consiglio non ha assecondato troppo la volontà «culturale» di Urbani, nonostante gli exploit del consigliere Riva, che rappresenta la destra, e che in occasione del decreto si è anche schierato contro. Non è questione di nomi o di schieramenti, ma la presidenza di Franco Bernabè, la direzione di De Hadeln al cinema o di Bonami alle arti visive, sospendendo i giudizi di valore sull'operato di ognuno (che questo giornale ha espresso molto apertamente), erano tutti segnati da un peccato originale agli occhi del ministro: eccesso di autonomia. Inaccettabile nel paese della Cirami e della Gasparri e del presidente che ha le mani in ogni pasta e ogni impresa. Primo effetto immediato del decreto «riformato» e aggiornato in tutta fretta (merito principale, non a caso, di Adornato, presidente forzitaliota della commissione parlamentare), è la decadenza del cda della Biennale: a casa tutti, in quanto delegittimati, esattamente come avverrebbe in Rai alla promulgazione della Gasparri (conosce pochi meccanismi formali la Casa della libertà, ma li applica a ripetizione). Con un cda più affidabile (e a cascata idem per i direttori) resterà solo il problema opaco dell'ingresso dei privati: ma si sa che Berlusconi dispone di molti amici fidati nell'ambiente, capaci di gestire quel pallottoliere di percentuali che ne stabilisce la presenza nel cda. Non sempre porta bene, a leggere le recenti vicende finanziarie dei suoi amici e alleati, ma intanto si potrà spalmare un po' di glamour e patina dorata su quelle iniziative che si attardavano ancora sul rigore della cultura.