Nel Paese delle belle arti la professione del restauratore sembra non trovare il giusto riconoscimento, né tanto meno un'adeguata collocazione sul mercato. Privi di un albo professionale e di qualsivoglia forma di tutela per la categoria, i restauratori dovrebbero, in teoria, essere equiparati ai lavoratori edili. La realtà è invece che a questi professionisti dell'arte viene applicato spesso un contratto a progetto con una retribuzione media di 600 euro al mese. «C'è molta confusione intorno a questa figura spiega Laura Ciardiello, restauratrice attiva nell'ambito della Fillea, il sindacato della Cgil che riunisce edili e affini - sotto il profilo della formazione, dell'inquadramento contrattuale, della definizione stessa di "restauratore". Innanzitutto il restauratore dovrebbe essere inquadrato con un contratto edile di terzo livello (quello di un operaio specializzato) ma le ditte preferiscono utilizzare contratti a progetto. Questo ovviamente comporta il non poter usufruire dei benefici della categoria, come ad esempio la cassa edile, ente provinciale di previdenza dei lavoratori edili». La confusione sulla figura del restauratore nasce poi all'origine, dal marasma di corsi e minilauree che rilasciano qualifiche poco chiare. «L'unico modo per diventare restauratore - prosegue la Ciardiello - è accedere ad una delle scuole del Ministero per i Beni e le Attività Culturali (Istituto Centrale per il Restauro) o l'Opificio delle Pietre Dure a Firenze. Queste scuole, dove peraltro è difficilissimo entrare, durano 5 anni e sono gratuite. Solo queste rilasciano il titolo di "Restauratore di beni culturali" con cui si può aprire una ditta in proprio. Poi ci sono i vari corsi universitari triennali, molto costosi ma aperti a tutti, che rilasciano la qualifica di collaboratore restauratore». In un contesto normativo poco chiaro, l'unico testo corto di riferimento al riguardo è la legge 4202001, che chiarisce che "per restauratore di beni culturali si intende colui che ha conseguito un diploma presso una scuola di restauro statale di durata non inferiore ai 4 anni ovvero un diploma di laurea universitaria specialistica in conservazione e restauro del patrimonio storico-artistico (art.7) e che "per collaboratore restauratore di beni culturali" si intende colui che ha conseguito un diploma di laurea universitaria triennale, in tecnologie per la conservazione e il restauro dei beni culturali, ovvero un diploma di Accademia di Belle Arti con insegnamento almeno triennale in restauro. «In Campania qualche anno fa fu siglato un protocollo d'intesa tra università, sovrintendenza e. sindacati per creare una scuola regionale che rilasciasse la qualifica ministeriale ma poi il tutto si è arenato. Comunque, anche se sì diventa restauratore, , bisogna poi cercare un lavoro alle dipendenza di qualcuno, perché pur aprendo una propria ditta è quasi impossibile ottenere un appalto se non si entra a far parte della lista delle ditte accreditate presso la sovrintendenza - conclude la restauratrice-sindacalista - La Cgil Fillea ha 31 sportelli sul territorio nazionale per dare informazioni ai , restauratori, In Campania stiamo cercando di aprire un sito web e un forum di discussione, stiamo andando sui cantieri e organizzando azioni di volantinaggio, L'obiettivo è quello di trarre chiarimenti dal rinnovo imminente del contratto edile nazionale».