leditoriale di Casabella n. 764, "Architettura normale in un paese normale", con lelenco degli architetti stranieri che costruiscono nel nostro paese, sancisce il crollo dellarchitettura italiana. Francesco Dal Co, direttore della testata che fin dagli anni Trenta ha orientato gli sviluppi della nostra architettura, ascrive la crisi a cause legislative, ai limiti culturali della committenza e dellopinione pubblica ma, conclude, «prima di rivedere il quadro di leggi e norme per garantire il rinnovamento della professione, bisognerebbe occuparsi della formazione universitaria che nel nostro paese ha subito un degrado forse irreversibile. Impietosamente questo degrado è fotografato dalla crescita esponenziale del numero di Facoltà cui fa riscontro il decremento drammatico del numero degli studenti stranieri che le frequentano». A questo quadro non sfugge la nostra facoltà dove mi sono laureato con Nicola Pagliara da cui ho appreso le arti di costruire e insegnare. Una frequentazione che mi consente di confermare il parere di Dal Co e imputare linizio del declino alla "scuola di massa" che produsse più laureati che architetti. Negli anni Ottanta fu quel nucleo di docenza a stabilire il livellamento delle discipline che ha favorito il frazionamento interno per poi fondare le succursali denunciate da Dal Co. Saturati questi spazi, è ripresa la spartizione interna con nuovi corsi di laurea la cui confusione si riflette nel collegio professionale che ora si chiama "Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti e Conservatori" (Totò avrebbe aggiunto fuochisti e macchinisti). Eppure, lesercito di oltre 130.000 iscritti allOrdine si è rivelato inutile quando i nostri leader si sono accorti della portata politica dellarchitettura. Così è iniziata la corsa allarchistar che di solito non risolve i problemi, ma vi sovrappone la sua griffe, come per il termovalorizzatore di Salerno per abbellire il quale, mi dicono, è stato chiamato Frank Gehry. Sono scelte che inducono a ritornare allAccademia di Belle Arti, cioè larte applicata e il suo odierno derivato, ledificio-scultura che nella diffusione mediatica alimenta il desiderio, un po rozzo e provinciale, di architetti e committenti imbarbariti. La scuola è fatta dagli uomini che vinsegnano, ma nelle nostre facoltà la perdita di contatto con la realtà è stata funzionale alla casta che ha gestito le carriere allinsegna del pensiero unico con lavversione per il pensiero autonomo. La facoltà di Napoli si è distinta per la capacità di perdere pezzi pregiati: a Francesco Venezia prima e a Giovanni Di Domenico poi, fu negata la chiamata; altri, come Enrico Sicignano o Nicola Flora, sono stati costretti ad andarsene per mettere a frutto eccellenti curricula. Cè poi la perdita di pudore per le carriere congelate come quella di Massimo Pica e lidoneità rifiutata ad Antonio Rossetti che indigna per larroganza di un malcostume elevato a norma. Tutto ciò non invoglia a rimanere e rischiamo luscita di molti eccellenti quarantenni come (fra quelli che conosco) Gianluca Di Vito e Nino Ficarella. Tuttavia la nostra è ancora una buona scuola con ottimi docenti che gli studenti più motivati ricercano per ritagliarsi un solido percorso di studi, spesso al prezzo di allungare i tempi e abbassare la media. Invece ai furbetti è più confacente la laurea a punti che, con un percorso mirato e la tesi in qualche disciplina di base (consentita solo in Italia), accorcia i tempi e agevola il 110 e lode che fa felici mamme e fidanzati. Cosa fare? Intanto partire da ciò che funziona: lesperienza riduttiva del Triennio, diretto da Antonio Lavaggi, ha provato che lintensità degli studi è più efficace della sua estensione. Al contrario leccesso di corsi di laurea (dicono che siano undici), non solo non garantisce le specificità, ma confonde i ruoli diluendo le responsabilità. Le Corbusier, che peraltro non aveva la laurea, si definiva homme de lettres, mentre nostri autorevoli docenti di Storia come De Fusco, De Seta e Gravagnuolo si sono laureati con una tesi in progettazione. Alvaro Siza non è specializzato in nulla, ma progetta con gli stessi esiti edifici, oggetti e città e scrive molto bene, un insieme di competenze che ha riversato nella Facoltà di Porto definita da Kenneth Frampton la migliore scuola dopo la Bauhaus. Limmediato futuro non ammetterà sprechi né di soldi né dingegni e per ridare credibilità al mestiere è necessario ridurre e selezionare, ciò che obbliga a escludere. Così propongo il ripristino del corso unico in Architettura e degli Istituti quindi la soppressione dei dipartimenti, delle specializzazioni, dei dottorati e dei voti. Il corso, quinquennale, dovrebbe essere ripartito in tre anni per la preparazione di base, un anno dapprendistato e un anno per conseguire la laurea. Il mestiere si apprende facendolo, quindi il tirocinio del quarto anno sarà remunerato (chi paga seleziona il meglio) e i più capaci saranno contesi dai migliori studi professionali e perfino allestero. Solo su questa solidissima base si potranno riattivare le specializzazioni della durata di un anno. Sulla docenza ricalco il "Programma per una scuola di architettura" scritto nel 1943 da Giuseppe Pagano che propone docenti tratti dalla libera professione. Poiché la ricerca è una base permanente nel lavoro dellarchitetto, non serve spendere denaro in questo settore. Viceversa saranno rinforzate le ricerche storico-critiche «giacché - come sosteneva Leon Battista Alberti - in architettura la maggior gloria fra tutte sta nel valutare con retto giudizio che cosa sia degno». Per le discipline scientifiche conviene appoggiarsi ai centri di ricerca dellAteneo, mentre sarebbe assai utile istituire laboratori per attività manuali con insegnanti artigiani. Nessuno siscriverebbe a un Conservatorio di musica senza uninclinazione musicale così anche laspirante architetto dovrebbe già possedere un minimo dattitudine e di senso costruttivo. Pertanto, lammissione dovrebbe avvenire attraverso una "prova darte" corredata da un saggio critico in buon italiano. Una facoltà che, rifondata su una reale competenza e coscienza del mestiere, farebbe risparmiare quattrini, energie e mortificazioni fornendo allopposto estesi benefici al territorio e alle generazioni future. Un progetto semplice che pochi sarebbero disposti ad accettare perché troppi sono coloro che perderebbero i piccoli privilegi della casta, in verità alquanto triste e modesta. Avevo appuntato questo programma surreale in seguito alla proposta di alcuni docenti, altrettanto surreale, di candidarmi alla presidenza. Nessun preside può guarire la perniciosa ipertrofia della facoltà, ma mi auguro che chi ne prenderà le redini possa tener conto dellurgente necessità di fare qualche passo indietro. Tornando con i piedi a terra, non posso che auspicare la sopravvivenza della "nicchia resistente" che nella nostra facoltà è ancora solida ed eccellente.